Viva la vida: Frida

0

Frida Kahlo, all’anagrafe Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderón, nasce a Coyoacán, quartiere residenziale alla periferia di Città del Messico. Era il 1917, l’anno in cui Picasso dipingeva Le Demoiselles d’Avignon, anche se in seguito la stessa Frida retrodaterà la sua nascita al 1910, anno della rivoluzione messicana. Da piccola si ammala di poliomielite, ritrovata la voglia di correre, a 18 anni ha un terribile incidente che le provoca fratture multiple, mesi e mesi d’immobilità con il busto ingessato, oltre 30 operazioni nel corso della vita. Saranno i genitori ad appenderle uno specchio sul letto a baldacchino e a darle colori ed un cavalletto su cui dipingere. “Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio”, soleva dire l’artista, così iniziano gli autoritratti che la renderanno famosa.

Nel 1922 incontra Diego Rivera, artista già affermato per i suoi murales di grandi dimensioni che mettono in scena temi sociali ed i grandi eventi politici messicani. Diego aveva 36 anni e Frida solo 15, in seguito al secondo divorzio di lui, alcuni anni dopo, si sposano (1929), lei minuta e vivace, lui un gigante ribelle e passionale. “Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo fu quando un tram mi mise al tappeto, l’altro fu Diego”, diceva Frida con ironia dell’uomo a cui dedicherà questi versi: “È lecito inventare verbi nuovi? Voglio regalartene uno: io ti cielo, così che le mie ali possano distendersi smisuratamente, per amarti senza confini”. Il loro sarà un grande amore, nonostante le liti ed i tradimenti reciproci, Frida avrà fra i suoi amanti il poeta André Breton, il rivoluzionario Trotskij e la fotografa militante Tina Modotti. Nel 1939, però, non perdona il tradimento del marito con la sorella di lei, Cristina, e chiede il divorzio, un anno dopo si risposano, consci di non poter stare l’uno senza l’altro.

La Kahlo sarà invitata a Parigi dai Surrealisti, ma manterrà sempre uno stile personale, difficile da ricondurre ad una corrente artistica, caratterizzato da una incredibile forza interiore che sempre coesisterà col suo dolore. “Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere”, per dirla con le parole della pittrice.

Donna indipendente, dai forti ideali politici (militerà nel partito comunista col marito), amante della vita, del popolo e delle sue origini – anche nel modo di vestire non rinuncerà mai a motivi tipici dell’artigianato messicano – è considerata un’icona del Novecento.

Morirà presto, nel 1954, lì dove era nata, nella sua Casa Azul, oggi straordinaria casa-museo, piena di vita, fiori e pappagalli colorati.

L’opera L’autobus (1929) ricorda il suo terribile incidente di 4 anni prima, qui però tutto sembra sereno: 5 persone siedono su di una panca l’una accanto all’altra, fra di loro un bambino ci dà le spalle, mentre guarda il paesaggio dal finestrino. I passeggeri rappresentano varie categorie sociali, la ragazza a destra potrebbe essere la stessa Frida che racconta come, durante l’incidente, un uomo avesse con sé un sacchetto di polvere dorata che pare volesse portare alla Vergine di Guadalupe. L’artista sceglie di rappresentare il momento precedente allo scontro con un tram, in cui una sbarra di metallo la trafiggerà e sarà soccorsa nuda e sanguinante, ricoperta di polvere d’oro.

L’opera Mosé o Nucleo solare del 1945 (qui un particolare del quadro) fu ispirata da un libro di Freud (Mosé e il monoteismo) prestatole dal committente e mecenate José Domingo Lavin. In alto vediamo un bimbo nell’utero materno (Frida avrà alcuni aborti e non riuscirà mai ad avere figli), scaldato dai raggi del sole, fonte di vita. Al centro in basso un bambino nella culla, con un terzo occhio – simbolo di saggezza – che sembra avere le sembianze del suo amato Diego. Frida utilizza qui la tecnica del murales in miniatura. Anche se è lontano, lei pensa a lui, artista visionario. Ai lati fuoriescono nuovi rami, metafora del ciclo vitale, dalla nascita alla morte e così via… come il binomio eros-thanatos, la vita nella morte e la morte nella vita.

“Dottore, se mi lascia bere questa tequila, prometto che al mio funerale non tocco un goccio”.

Condividi!

Circa l'autore

Guida turistica specializzata su Firenze e provincia e sommelier F.I.S.A.R., mi occupo di arte, musei e tour eno-gastronomici. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna, ho avuto esperienze nel giornalismo e nella comunicazione per quotidiani, riviste e case editrici a Milano. Ho lavorato nel settore turistico a Londra e Malta, per poi tornare nella mia regione, la Toscana dove continuo a coniugare arte, scrittura e la passione per il vino.

Lascia un commento