Verticale del nuovo Poggio alle Gazze

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Poggio alle Gazze è un nome che sa di poesia. E non è difficile. Diranno i più scafati, vista la prossimità di quei cipressi che “a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar”. Ma, Carducci a parte, Poggio alle Gazze gronda poesia già di luce propria. Evoca dolci immagini di campagne antiche, i poggi baciati dal sole che occhieggia tra i grappoli rubini o del color dell’oro, racconta il volo di uccelli impertinenti nel silenzio delle vigne accarezzate dalle fresche brezze marine di notte, bagnate dalla rugiada alle prime luci. Narra volti asciugati dalle fatiche e tesi allo sguardo verso l’orizzonte, all’attesa del tempo che sarà, di una goccia di pioggia o di un grado di calore, prima speranze e poi bilanci di una stagione dietro l’altra a cogliere uve, a far vivere cantine, ad ascoltare il silenzio dei tini e delle botti.

Poggio alle Gazze@Fabrice_Gallina_2022-9735Poggio alle Gazze è un vino di Ornellaia. Che, ad aggiungere una pennellata di poesia, ha voluto rivelare l’ultimo nato, il 2020, su una delle rive più dolci e chic del mondo intero, la terrazza del Cipriani alla Giudecca… Ornellaia, dunque. Inutile star qui a far la storia di una delle aziende pilota del rinascimento enoico d’Italia sui terreni argillosi, sabbiosi e calcarei di Bolghereaux, calembour non del tutto causale se è vero che il primo vigneto di Cabernet fu piantato al Castiglioncello di Bolgheri già nel 1944, ditemi voi se un’ottantina d’anni non bastano a farne un consolidato vitigno di territorio, e la prima etichetta di un grande rosso “alla francese” data ormai ben 54 anni fa. Quindi storia nella storia, questa di Ornellaia, la creazione per mano di Lodovico Antinori, l’ingaggio di enologi star per fare grandi rossi, il passaggio a Mondavi con i Frescobaldi che poi hanno rilevato in blocco l’azienda (intanto era nato anche Masseto, prima come etichetta poi come brand con vita propria). Le dimensioni attuali: 120 ettari di cui 109 a uve rosse (cinque vitigni) e 10 a bianchi (sei uve). Sette le etichette in gamma: quattro rossi, due bianchi, una vendemmia tardiva, in tutto fanno circa 2 milioni di bottiglie.

Al timone tecnico dal 2005 c’è Axel Heinz. Con lui – e la loro storia in Ornellaia è più o meno parallela – a far nascere e crescere i vini c’è Olga Fusari, giovane donna pistoiese dal vocabolario chiaro come le sue idee. Perché è lei a “battezzare” questo 2020 di Poggio alle Gazze, in una degustazione perlomeno insolita, cinque annate a ritroso fino alla 2016, davvero poco usuale per un bianco toscano. Ma tutto ha un suo perché, seppure per certi versi ancora a sorpresa. Eh sì, perché il nostro sorso di poesia non è nemmeno il bianco top nella gamma dell’azienda, posto che spetta all’Ornellaia bianco. Ma tutto, si ripete, ha un suo perché: qui siamo in territorio particolare, è l’omaggio al Sauvignon Blanc – sia pure in blend con altre uve, e ci arriveremo – per farne un vino che non sia il “solito” bianco da aperitivo, bensì un bianco da pasto, e volendo anche da “meditazione”, certo ribaltando i concetti della “meditazione” su un vecchio rosso in una serata d’inverno davanti a un bel fuoco… Qui c’è il sole e c’è il mare, come appunto sulla terrazza del Cipriani Belmond di Venezia, dove il nostro (versato da magnum) è andato in abbinamento ai piatti dello chef Roberto Gatto: il 2020 con un baccalà mantecato in crosta, fonduta di parmigiano e tartufo nero scorzone e poi a un riso Vialone nano Grumolo delle Abbadesse con scampi e fiori di zucca; il 2018 con un branzino arrostito, finocchio e limone; poi la vendemmia tardiva Ornus (100% Petit Manseng) con pesca, amaretto e zafferano.

Poggio alle Gazze@Fabrice_Gallina_2022-9726Ma prima la masterclass, la degustazione tecnica delle cinque annate. Guida Olga. La sua voce descrive bene una storia che in parte coincide con quella del Poggio alle Gazze. Che in realtà era nato già agli albori di Ornellaia o poco dopo, nel 1987 (la prima etichetta del grande rosso è dell’85), come Sauvignon Blanc in purezza, ma poi era andato a sparire perché tutti i vigneti erano stati riconvertiti a Cabernet Sauvignon e Merlot, c’era una barca troppo importante da spingere. E però… però un migliaio di piante c’erano ancora, e qui entra in gioco Olga Fusari,nel 2005 – racconta – da giovane stagista facevo campioni per il laboratorio, e l’anno dopo si decise di ricominciare a raccogliere da quelle mille piante sparse, si fecero le prove, si capì che ne valeva la pena”. Il 2008, primo anno di Olga nello staff tecnico, è anche l’anno della rinascita di Poggio alle Gazze, “però – continua l’enologa – con l’idea di cambiare, di pensare a un taglio diverso per rendere questo vino più “importante” nella combinazione più complessa di varietà diverse”.

Ecco dunque il nuovo Poggio alle Gazze. Omaggio al Sauvignon Blanc ma senza la sfacciata impronta tiolica che rende stucchevolmente insopportabili tanti suoi consimili, magari anche grazie al taglio “benché – spiega Olga – il blend sia importante ma non fondamentale: qui l’importante è lo stile”. Ottenuto con tecniche di cantina che passano per l’utilizzo di vari materiali tra acciaio, cemento e barrique nuove e usate, assemblaggi solo dopo le vinificazioni singole per varietà e parcelle (fino a 20-22 basi bianche), fermentazione a 22 gradi senza malolattica ma in compenso sei mesi di maturazione con continui bâtonnage per assicurare da subito massima cremosità e raggiungere l’obiettivo di un bianco ricco, rotondo ed elegante con spiccate caratteristiche tra l’acidità, la salinità, l’espressione massima del frutto e del bouquet. Poi le singole annate fanno il resto.

Poggio alle Gazze@Fabrice_Gallina_2022-9818Si comincia a degustare dalla 2016, dove il Sauvignon Blanc pesa all’80%, con un 10% di Viognier e un altro 10 di Vermentino. Annata calda e secca non notti fresche e brezze marine, “da manuale per rossi e bianchi per il bilanciamento che si ottiene”. Qui la bocca è piena, la struttura è quella cercata: impatto dolce, frutta gialla e frutta esotica, e nell’evoluzione si aggiunge un forse inatteso sentore di idrocarburo.

Più verde e più fresca la 2017, stagione ancora più calda e siccitosa, che ha costretto alla raccolta delle uve più anticipata di sempre per le temperature altissime di fine luglio: tutte le uve sono andate in cantina in agosto, non solo il Sauvignon (81%) ma anche Vermentino (10) e Viognier (6), a cui si è aggiunto un 3% di Verdicchio. La grande sorpresa, acidità e freschezza con un tono salino più spiccato ad accompagnare il solito cesto di frutta gialla, anche grazie al ricorso a legni più grandi, dalla barrique al tonneau.

Tanta pioggia per la 2018, con la raccolta più lunga nella storia di Ornellaia, dal 16 agosto al 15 settembre per il Sauvignon che aumenta all’83%, con Vermentino 11% e Viognier 6%, non c’è Verdicchio, annata che si posiziona tra la 2016 e la 2017, andrà capita meglio con un po’ di invecchiamento in più.

Sauvignon al 78%, Vermentino 16 e Verdicchio 6 per la 2019, annata dal ciclo vegetativo ritardato in primavera poi recuperato da un’estate con 45 giorni senza pioggia: la rinuncia al Viognier si spiega con il rischio di appesantire una espressione per la prima volta così evidente del Sauvignon Blanc. Che accanto alle sue note caratteristiche rivela in questo sorso una salinità spiccatissima, capace di conferire una piacevolezza tutta particolare e personalissima.

Infine, la 2020. Qui il Sauvignon scende al 69%, il Vermentino sale al 22, completano un 5% di Viognier e un 4% di Verdicchio. Sapidità e profumi intensi, pienezza in bocca, tanta tanta frutta. Giovanissimo ma tanto bello.  Annata considerata “palestra”, banco di prova per un progetto possibile verso l’utilizzo dell’anfora. “Ma in senso opposto a quello che si fa in genere”. Enigmatica Olga, la curiosità è tanta. Da non vedere l’ora.

Intanto però una chicca c’è. Un libro, legato al nostro sorso di poesia. “Conversazioni in riva al mare”, la partecipazione di nove chef di gran nome e fama, tutti di mare da Nord a Sud tranne uno, Antonio Colaianni del Ristorante Ornellaia di Zurigo, però lì c’è un lago. Ambasciatori del Poggio alle Gazze, a partire a Andrea e Daniele Zazzeri figli dell’indimenticabile Luciano de “La Pineta” di Marina di Bibbona. Raccontano di sé, del cibo, del luogo e del rapporto con il vino. E regalano ciascuno una ricetta. Per pochi, però.

Credits Photo Fabrice Gallina

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Circa l'autore

Paolo Pellegrini, giornalista professionista, è nato nel Chianti Classico e vive a Firenze: ecco le radici del suo amore per il Bello e il Buono. Dopo una vita in redazione a La Nazione e numerosi articoli per riviste di turismo ed enogastronomia e una lunga collaborazione con la Guida Ristoranti de L'Espresso, oggi scrive per i giornali del gruppo Qn e per la Guida Osterie di Slow Food

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