Un Natale desiderato

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Amava molto il Natale. Malgrado i suoi numerosi viaggi, i quindici giorni tra Natale e l’Epifania li trascorreva a casa. Vedeva tutti i suoi amici andare al caldo, raccattare tutti i giorni di ferie rimasti pur di partire ma lui no. Cercava di tornare qualche giorno prima della festa per entrare nell’atmosfera e non farsi trovare impreparato, poi partecipava a tutti i riti. Avvertiva la sacralità del momento anche se non andava mai in chiesa, adorava prepararsi per andare alla messa di mezzanotte. Era un momento barocco: i canti, l’incenso, il coro con l’organo che suonava, si immergeva appieno e godeva di ogni secondo della funzione Poi, il dopo: gente che non vedeva da tempo, due chiacchiere, spesso il tempo di bere un vin brulé insieme ed un ritorno a casa lento, senza fretta, per una volta senza l’angoscia dell’orologio. Per lui le vacanze erano quando anche gli altri si fermavano e quindi, Natale ancora più di agosto rappresentava il momento giusto. Una volta in casa, si metteva sul divano a leggere, un bicchiere di cognac, un cioccolatino ed il libro nuovo, una sorta di preparazione al nuovo anno. La lettura lo avvolgeva, riusciva a finire quasi sempre il volume,  e la notte trascorreva tra un caffè un pezzo di panettone, e magari una tisana verso le tre. Generalmente alle cinque riprendeva possesso del letto, ma giusto un’oretta, e poi ricominciava: doccia, caffè della moka e poi fuori, due passi a schiarirsi una mente troppo spesso obnubilata. Le sette del mattino del 25 dicembre erano un appuntamento fisso con la città e se stesso, nessuno sulle strade e lui solo a camminare con i suoi pensieri. Un bilancio annuale, come quelli che faceva in azienda, solo che era lui il protagonista in questo caso. L’avrebbero atteso in campagna, dagli zii e altri parenti, ora che i genitori non c’erano più, ed era un ritrovo gradevole nei luoghi dell’infanzia. La colazione di Natale non era con il pandoro, era diventata un’abitudine recarsi in centro e fermarsi in uno dei pochi bar aperto. Cappuccino e bombolone, concessione alla sua golosità, e poi la seconda sosta per un caffè doppio. Nel ritorno i pensieri si facevano nostalgici: un anno passato pericolosamente, cambiando lavoro, pur di  viaggiare sempre più spesso. Lei lo aveva lasciato senza che lui se ne facesse una ragione, avevano avuto una crisi pesante, ma sperava che ne uscissero insieme. Di sicuro aveva avuto modo di riflettere sul passato, ed era cambiato in maniera notevole. Non si erano più incrociati, ne’ telefonato, una sorta di lutto mai elaborato appieno. Ripensava a quale bottiglia portare per il pranzo, l’occasione giusta per una magnum, da condividere tutti insieme: prese le chiavi ma gli cascarono per terra. Il tempo di inginocchiarsi a raccoglierle e lei era lì, ad un metro dal viso, le mani vicine. Lo sguardo era intenso, profondo: avevano le labbra impercettibilmente tremolanti, ma entrambi sorridevano. Si alzarono ancora in silenzio, poi lui le disse”Ho sempre la tua tisana, io mi faccio un caffè. Che dici?” Non ci fu bisogno di parlare, si presero per mano e salirono le scale.

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Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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