Terre del Veio. Suggestioni etrusche in vigna nel Parco di Veio, tra antichi ruggiti e vitigni del cuore.

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Immersi nel parco di Veio, accanto al sito della più antica sepoltura etrusca dipinta, la tomba dei Leoni Ruggenti (VII secolo a.C.), si distendono morbidamente i vigneti dell’azienda agricola Terre del Veio. Siamo ancora nel territorio comunale di Roma, nella campagna a nord della capitale, lungo il tratto di via Cassia che costeggia il comprensorio dell’Olgiata.
Ci accoglie Dario, il giovanissimo figlio di Paolo David. Dario è enologo di formazione e rappresenta la terza generazione all’opera nella tenuta, esistente da oltre cinquant’anni. Il corso attuale ha preso il via nei primi anni 2000, quando Paolo decide di impiantare nuovi vigneti, affiancandoli ai vecchi ancora produttivi e di passare dall’obiettivo immediato delle rese a quello della valorizzazione della qualità, sostituendo il tendone con il guyot. Il terreno è tufaceo-argilloso, con presenza di sabbia lungo il fiume Crèmera, che ha dato origine alla valle in cui ci troviamo; la matrice è per lo più vulcanica, come in gran parte del territorio laziale: davanti a noi si stagliano infatti i rilievi del Vulcano Sabatino e qualche chilometro più oltre c’è il lago di Bracciano, che condivide la stessa storia geologica.

Colline soleggiate, fresche, ben ventilate, un paesaggio di declivi morbidi affascinante anche con le viti ancora spoglie. Questo scorcio di campagna romana d’inizio primavera, con i prati disseminati di margherite e i pini marittimi sullo sfondo è davvero bello. Ci accompagna, guardinga e distaccata, Penny, la chihuahua di famiglia, irresistibile e scaltra opportunista, che diventerà improvvisamente super socievole quando ci vedrà seduti a tavola.


La gestione dei dieci ettari di vigna è improntata alla sostenibilità (certificazione SQNPI) e oltre al vino i David producono nella loro accogliente fattoria anche olio extravergine di oliva e miele. Galline e caprette rendono il quadro ancora più bucolico.
Ci accomodiamo sotto un bel pergolato vista vigneti per gli assaggi, non prima di essere scesi nella grotta di affinamento scavata nel tufo, una mini crayère in piena regola.


Naturalmente a farla da padrone sono i vitigni autoctoni, vedi la malvasia puntinata e il bombino bianco, ma è presente anche qualche cittadino del mondo.
Piacevole la partenza con lo Spumante Terre del Veio, metodo charmat da malvasia puntinata, bombino bianco e un saldo di chardonnay, vendemmia 2020, dosato extra-dry, con rimandi olfattivi di zucchero filato, pera e fiori di campo, di beva immediata e piacevole.


Dal prossimo vino in poi, su tutte le etichette troveremo la riproduzione delle pitture che raffigurano i Leoni Ruggenti dell’attiguo sito etrusco, di una modernità ed efficacia figurativa sorprendenti!
Horta 2021 è il bombino in versione ferma, dai profumi fruttati e floreali, delicati ma ben presenti e più consistente al palato di quanto ci si aspetterebbe, molto ben fatto.

Passiamo al mio vitigno laziale del cuore, la malvasia puntinata, il Crèmera Bianco Roma DOC 2020 (metto l’accento perché tutti, sbagliando e facendoci correggere da Dario, abbiamo letto Cremèra…). Naso aggraziato di fiori bianchi e albicocca su uno sfondo aromatico e minerale, ma con un tocco di agrumi più spiccato rispetto alle espressioni dei Castelli Romani; freschezza, sapidità, volume di bocca, persistenza giusta, non c’è niente da fare, amo questo vitigno. Si accompagna bene, ma proprio tanto, al mito inattaccabile della cucina capitolina, sua maestà la Carbonara (ormai la preparo come fossi nata a Trastevere e con la Sora Lella come dirimpettaia).

Recentissima la prova dell’anfora, che porta un nome simpatico e ammiccante alla parlata romanesca: il De Coccio 2020, malvasia puntinata e bombino bianco vinificati in cemento e affinati in dolium di terracotta, senza filtrazione; bella fragranza minerale, quasi iodata, sorso molto fresco con percezione tannica, forse un po’ sbilanciato sulla sapidità.
E due versioni di viognier, la prima vinificata in acciaio, il Velthur 2020, freschissima di pesca bianca ed erbe aromatiche, sapida, croccante; in anteprima la seconda, fermentata in legno e affinata in cemento, Velthur 2021, ancora più elegante nella declinazione dei profumi e appena più morbida al palato, entrambe molto belle.


Concludiamo con i rossi: il Crèmera Rosso Roma DOC 2019, da montepulciano, sangiovese e cabernet sauvignon, vinificato e affinato in cemento, (il 15% a cabernet sauvignon invece in legno), vino di gastronomica beva, rilassato, da accompagnare ai piatti schietti e semplici della cucina romana quotidiana.
Per ultimo il Nexum 2020, solo syrah, più profondo e avvolgente, vellutato senza essere molle, speziato ma non troppo, balsamico; sempre cucina romana, ma qui ci vedo benissimo i sapori decisi delle specialità del quinto quarto, che a Roma è un’arte.


Continuo, nel mio peregrinare per i vigneti laziali, a restare basita nel constatare come si possa bere così bene a delle cifre così incredibilmente basse; è una fortuna della quale in alcune zone d’Italia si può ancora approfittare (un nome a caso: l’Irpinia). Ma mi auguro sinceramente, per il futuro e il prestigio di questo e di altri splendidi territori, che ai produttori e ai vitigni locali venga finalmente riconosciuto anche a livello economico l’assoluto valore di cui sono portatori. Per quel che mi riguarda, nel frattempo continuo a peregrinare…

 

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Circa l'autore

Fiorentina di nascita, mamma friulana e babbo quasi napoletano, la voce più significativa del mio curriculum sono i traslochi: ergo le radici che sento più mie sono quelle della vite. Quando non ho un calice in mano o non mi nascondo in un museo, leggo gente, mangio libri, bevo film.

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