Scrivere di vino per se o per gli altri?

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La domanda ha una sua ratio: me lo chiedo spesso quando leggo descrizioni di vini “inutili” per il lettore, quando sono scritte in maniera incomprensibile, dove appare evidente che lo scopo di chi racconta non è farsi capire ma semplicemente fare un esercizio di stile, nel quale ciò che devo emergere è la bravura nello scegliere i termini. Che poi, bravura…basta sparare nomi incredibili sconosciuti ai più, infilare profumi quasi inesistenti o rarissimi, cominciare a fare citazioni e riferimenti estremamente colti ed il gioco è fatto. Ben più difficile trovare il modo di parlare degli stessi vini, con parole comprensibili, che non siano banali, in modo da far capire e comprendere ad una vasta fetta di appassionati il piacere che può fornire un prodotto. Diverso è il caso del racconto vocale, dove ci sta l’improvvisazione, la capacità di tenere desto l’interesse di una platea, la voglia di provocare e stimolare, e quindi si può pensare di cercare una reazione utilizzando frasi estreme, ma il tutto si deve svolgere in un contesto preciso, quasi fosse una rappresentazione teatrale, finita la quale si torna più contenti a casa. Ma sembra che qualcuno ami stare perennemente sotto i fuochi d’artificio invece di godersi la notte stellata. Sarei curioso di chiedere al vate di turno alcune descrizioni che mi lasciano perlomeno perplesso: al “pomplemo all’elicriso” ci si può forse arrivare, con costanza ed impegno, meno alla “spremuta di cinghiale”, sul “sangue di bue” ho dubbi che il recensore lo possa distinguere da quello di un altro animale. E lo stesso capita sulle interiora, che possono essere di lepre o di fagiano e voglio capire come fa a riconoscerle il poeta di Bacco. Gli eccessi allontanano i consumatori e qualche volta ricordarsi che si scrive per essere letti non sarebbe poi così male

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About Author

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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