Filippi

Pasquetta a novant’anni

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Si era svegliata presto, come tutte le mattine, indifferente al giorno della settimana: tutto scorreva placido anche nelle festività, e lei ai ritmi, canonici ci era abituata da qualche anno. Si era messa in salotto, una tazza di caffè in mano ed una caffettiera già pronta sul fuoco per la seconda, la musica di sottofondo che le ricordava il sound di cinquant’anni prima, e la voglia di scrivere due righe per fissare dei pensieri. Aveva voluto passare la Pasqua da sola, come scelta precisa, indifferente alle richieste dei nipoti che la volevano con se’. Apprezzava molto il loro rispetto, il non insistere nel cercarla, il capire che una donna della sua età, che aveva vissuto da sola tutta la vita, potesse scegliere in maniera indipendente cosa fare: non sopportava vedere trattare gli anziani come bambini, che si potessero prevaricare senza un motivo: grazie al cielo lei era in salute e stava bene, senza badanti o accompagnatrici, e questo le era stato dato dalla sua curiosità, il suo voler essere curiosa e culturalmente avanti. E quindi, il giorno di Pasqua era trascorso tra letture di giovani scrittori sconosciuti, un film che aveva perso di vista come “Pulp fiction”, telefonate con amiche e amici: già il fatto che avesse amici la faceva sorridere, era stupita di come spesso la notizia sconvolgesse gli altri, quasi che in vecchiaia si ripetesse cosa capitava in giovinezza, sessi separati! Lei no, continuava a frequentare un pubblico variegato, fatto di giovani trentenni , attempati ottantenni, insicuri cinquantenni. C’era una bisnipote che l’amava particolarmente, che la veniva a trovare nei momenti più strani, che amava confidarsi e parlare, sempre davanti a qualcosa da mangiare Poteva essere una fetta di torta, più facilmente un piatto cucinato come uno spaghetto creato al momento, mai per caso però. Portava anche una bottiglia di vino, e le chiedeva un parere, ma stava con lei sia per bisogno di confrontarsi, ma anche per ascoltarla. Era vissuta in una casa fatta di persone differenti da lei, nipoti bravissimi ma dal carattere completamente differente: chiusi mentalmente, poco inclini al dialogo, da certezze granitiche inaffondabili. Sua bisnipote era assolutamente rapita dal suo pensiero, e dal suo vissuto: “Sarà che ad una certa età si diventa asessuati per i benpensanti, ma sappi che non c’è bisogno di avere vent’anni per confrontarsi con il corpo oltre che con l’anima ed il pensiero di una persona” Questa frase costituì la rivelazione e il collante che legò sempre di più le due donne. SI alzò e aprì il frigo, pensando che qualcosa avrebbe dovuto mangiare in giornata, dopo il digiuno del giorno precedente, ma non aveva voglia di cucinare: e andare fuori da sola non era sua intenzione. Il mondo che le stava attorno era sparso per le campagne limitrofe, per la  tradizionale gita di Pasquetta, e lì avvertì un certo disagio. Si ricordava le gite in moto, il fermarsi in radure, il bosco vicino, lo strapparsi i vestiti, il ridere e ripartire. Scacciò anche con la mano quel pensiero, pensò che quel giorno poteva dedicarsi al teatro, se ci fosse stata una rappresentazione, oppure ad una bella passeggiata: alle una non avrebbe incontrato nessuno: Andò in camera per vestirsi sportiva quando sentì il campanello: pensò al vicino cortese, sempre galante, che l’avrebbe omaggiata di un mazzo di fiori: aprì la porta e scorse solo un insalata russa delle migliori che avesse mai visto: era gigante, in un contenitore di vetro colossale! e si affacciarono poi, uno ad uno i bisnipoti con relativi compagni e compagne, attrezzati con tovaglie e cestini da picnic. La lacrimuccia scese, ma era più di felicità e di emozione positiva. Lo sport di quel giorno avrebbe avuto un altro nome: convivialità.

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About Author

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

1 commento

  1. La pizza più buona della mia vita (E dico “pizza intendendo tutto quello che questo discobolo meraviglioso comprende, sia a livello di convivialità con altre persone che come cibo godibidoso per eccellenza) è stata una semplicissima pomodoro ed origano al taglio in una delle tante pizzerie di Roma e paesi assidui. Quel quadrato rosso rosso ha placato appetito ed angoscia sorti durante il primo appuntamento in assoluto con quel santo che ad oggi ha la sfiga di essere il mio primo ragazzo. Premetto che un tempo il cibo, pizza compresa, era stato la mia dannazione e niente sarà mai paragonabile a quel primo morso liberatorio dopo anni di schiavitù. Croccante dove doveva crocchiare, pomodorosa al centro dove il sugo di raggrumava, appena unta e Dio, così buona. Perché alla fine la pizza è questo, bbbona. Ed il numero di b aumenta appena viene pronunciata la fatidica domanda dal pizzaiolo di turno: “Che faccio, taa scallo?

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