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Ostrica, come mangiarla?

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Divide senza pietà, la si ama alla follia o la si odia in maniera terrificante: è l’ostrica, delizia o terrore del palato, che per le stesse identiche ragioni può essere apprezzata o disprezzata. Chi la pensa afrodisiaca può avere ragione, se però il partner non apprezza può diventare un ‘imbarazzante preludio ad una serata che potrebbe scorrere più liscia: obbligatorio essere sulla stessa linea di pensiero, non sarebbe bello far trovare un vassoio di ostriche a letto se l’altro protagonista della coppia non apprezza.  Partiamo dal profumo, che qualcuno relega semplicemente al ruolo di odore: paradisiaco, salmastro, iodato, intenso, non lascia indifferente. Penetra nelle narici, le avvolge, si insinua per rimanere indimenticabile. Poi la consistenza: non andrebbe nemmeno masticata, la lingua la deve schiacciare sul palato e poi si inghiotte in un sol boccone. L’esperienza masticatoria è esaltante nella versione ostrica carnosa, grande, scivolosa, che ha bisogno di essere fermata ed addentata. Nessuna aggiunta andrebbe fatta se freschissime, ma perché obiettare a chi ci vuole mettere pepe e limone? Ma vanno bene anche Tabasco verde, lime, scalogno tritato nell’aceto e acqua, in un plateau possono essere anche distrazioni volute e benefiche. La domanda essenziale rimane una: cruda o cotta? E se cotta, come? Gratinata in forno? Fritta dopo averla impanata? cotta al vapore e velata di salsa? Secondo me cruda dà il proprio massimo, ma cosa obiettare a chi l’ha messa in un raviolo avvolta da pasta sottile, quasi una cottura al vapore indubbiamente affascinante? E che rispondere a chi le ostriche le griglia, vera cottura bruta per eccellenza? Che fanno bene ad osare, che sono cotture pertinenti, per il resto, basta adagiarsi un attimo, un bicchiere di vino  e tutto diventa “luxe, calme et volupté”

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About Author

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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