Mario Merz e l’arte povera

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Un ricordo di quando, giovane , avevo creato una ditta di banqueting con altri amici, e ci commissionarono il banchetto per l’apertura della mostra di Mario Merz al Centro Pecci di Prato. Francamente non sapevamo assolutamente chi fosse, e da lì scattò in me la curiosità per cercare di conoscere l’opera di questo artista. Non ero presente perché occupato in altro banchetto, ma il racconto di chi partecipò fu quello di una grande festa , un vero simposio, quasi una sorta di performance. Un uomo che si era dedicato all’arte in età adulta, per me un vero mito.

Mario Merz

 

 

 

 

 

 

 

 

Testo di Elisa Martelli

Mario Merz nasce a Milano nel 1925 ma cresce a Torino dove frequenta per un paio d’anni la facoltà di Medicina. Durante la guerra si associa al gruppo antifascista “Giustizia e Libertà” e nel 1945 sarà incarcerato per un anno.

Inizia a dedicarsi all’arte come autodidatta, dopo una partenza con la pittura informale, dagli anni ’60 realizza installazioni luminose che combinano oggetti di uso quotidiano a neon, materiali naturali e ferro. Sarà il critico Germano Celant a creare il termine Arte Povera per definire questa corrente artistica che vuole tornare all’essenza delle cose, grazie all’uso di materiali poveri, incontaminati.

Dal 1968 appaiono gli igloo che diventeranno il simbolo della produzione artistica di Merz, ne creerà di nuovi fino al 2003, anno della sua morte all’età di 78 anni. L’artista vedrà importanti riconoscimenti internazionali in vita, nel 2005 nasce una fondazione in suo nome che alterna mostre dedicate a Mario e Marisa Merz (come non dimenticare sua moglie, anch’essa una valida artista) a progetti site-specific di artisti nazionali e internazionali.

igloo Mario Merz

«L’igloo è una casa, una casa provvisoria. Siccome io considero che in fondo oggi noi viviamo in un’epoca molto provvisoria, il senso del provvisorio per me ha coinciso con questo nome: igloo», raccontò Merz durante un’intervista. Era affascinato anche dalla serie di Fibonacci, formula di un matematico medievale pisano dove ogni numero corrisponde alla somma dei precedenti e che per Merz rappresenta l’equazione universale alla base della nostra realtà.

Gli igloo di Merz non sono di ghiaccio pressato, come quelli degli eschimesi (sarebbe più corretto chiamarli Inuit, perché “esquimese”, significa letteralmente “mangiatore di carne cruda”, definizione offensiva che questo popolo attribuisce ai colonizzatori), ma di ferro, argilla, legno, juta. La casa del giardiniere è un igloo realizzato nel 1983-84, stimato in un’asta del 2008 fra le 400 e le 600mila sterline, realizzato con tubi di metallo, rete metallica, olio e acrilico su tela, cera d’api, gusci e pigne. La sua forma semisferica è per Merz il paradigma dell’abitare, luogo di condivisione, modulo che si ripete in diverse varianti e misure che mostra la metafora dell’uomo e degli spazi in cui vive. La precarietà dei materiali e la loro combinazione spesso instabile è sinonimo di nomadismo e della provvisorietà degli esseri umani: è proprio questa mobilità che fa emergere l’energia primordiale racchiusa in un luogo che ripara, protegge ma a sua volta dialoga e si apre all’esterno.

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Circa l'autore

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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