Lo Spirto 2004 dell’azienda Sant’Agnese di Piombino

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TESTO DI FEDERICA BONACCHI

Azienda Agricola Sant’Agnese dei F.lli Gigli – Località Campo alle Fave, Piombino.

Sul promontorio, sempre assolato, che affaccia sul Golfo di Baratti, sorge l’azienda Sant’Agnese, un gioiello di franchezza e genuinità. Nulla è artefatto, tutto è autentico. E i suoi vini sono prodotti ad immagine e somiglianza del luogo e di chi ci lavora.

Azienda Sant'AGneseSant’Agnese occupa una bolla spazio-temporale totalmente avulsa dall’universo noto. Strade, stradine, redole, forse tuttora sconosciute a Google maps: ad un certo momento, ho dovuto resistere alla tentazione di mollare la macchina e vagare a piedi, nel terrore che un passante mi dicesse che eravamo nel “quasi millecinque!”.

Ma alla fine l’ho trovata, lo smarrimento si è dissolto ed è stato un attimo ritrovarsi in un quadro di Fattori: macchie di colore, sfumature di verde, luce gialla di Maremma.

Franco Gigli ed il figlio Paolo mi aspettano mentre, pala in mano, smistano le vinacce da inviare alla distilleria. Il viola è talmente scuro e profondo che mi cattura lo sguardo. Nella visita è compreso l’invito al pranzo in famiglia: come direbbero i nativi digitali, tutto #nofilter. Approfitto dell’assenza di formalità per curiosare tra le pentole sui fornelli, ma Franco mi rispedisce a tavola, “che le tagliatelle sono quasi pronte”.

Consumare il pranzo in cucina è terapeutico, intanto perché si sentono i  profumi provenienti dalle diverse pentole, e io mi diverto ad indovinare le pietanze. Ma soprattutto perché si sente l’odore della pasta che bolle, un godimento assoluto.

Mentre mangio le tagliatelle ai funghi – divine -, Franco mi racconta la sua storia.

Erano i primi anni ‘90, una carriera costruita con sacrifici e abnegazione in una multinazionale. Tuttavia, i moderni riassetti societari lo avrebbero messo in una posizione di agiato stand-by, per traghettarlo comodo comodo alla pensione….. ma con l’amara sensazione di essere prossimo all’inutilità. Una molla che scatta, una passione tenuta sotto cenere e la voglia di consumare un serbatoio di energie ancora ben fornito. Così, nel 1994 compie una piccola follia ed acquista, «senza cognizione di causa», la fattoria ed il terreno circostante, che ai tempi era un vero «covo di rovi». Ci sono voluti mesi solo per ripulirlo ed arrivare a vedere la terra.

Paolo GigliCon i figli Paolo e Alessandro si dedica alla viticoltura e, con la caparbietà del maremmano che ci crede, si butta a capofitto nella nuova avventura, affidandosi alla guida di un enologo sapiente. «Non sapevamo nulla di viticoltura. Con umiltà abbiamo chiesto a chi ne sapeva più di noi e soprattutto abbiamo ascoltato la nostra terra». Poi un evento nefasto, che diventa un’opportunità vincente.

«Era il 1997 e sulle piante c’erano già le gemme, ci fu una terribile gelata. Una tragedia.  Dovemmo potare le viti, anche se era tardi per la potatura. Scoprimmo però che la potatura tardiva era in realtà una scelta vincente. Infatti, per difendersi dalla potatura, la pianta si ferma per circa 10 giorni, prolunga la fase vegetativa, matura più tardi, il che determina grande concentrazione di zuccheri nell’uva a ridosso della vendemmia, che facciamo a fine settembre, a volte anche a metà ottobre».

Tutto il pranzo è accompagnato da un loro vino di punta, lo Spirto, che fin dalla prima annata di produzione, il 2001, ha avuto un successo inaspettato, e ciò li ha spinti ad insistere nel loro progetto di produrre vino di qualità.  Lo Spirto è il vino dell’attesa, occorrono anni perché diventi così unico. Infatti, proprio perché Spirtoprodotto da uve molto concentrate, all’inizio ha tannini durissimi, spigolosi, ma dopo anni di affinamento questi perdono la durezza e diventano estremamente piacevoli. L’etichetta riporta un’iscrizione rinvenuta a Campiglia, una scritta palindroma che tutt’oggi rimane un mistero non svelato. Le etichette ed i nomi di tutti i vini dell’azienda sono ideati da Alessandro Gigli, fratello di Paolo.

Granato intenso e vivace, ruota lentamente e si arresta quasi subito a bicchiere fermo. Al naso arriva immediatamente la confettura di prugna e subito dopo si apre il cassetto della biancheria, con quell’odore grazioso del sacchetto di lavanda essiccata.Alla seconda inspirazione sento l’odore dei miei disegni tecnici della scuola media….inchiostro di china!  Eccoli i chiodi di garofano, il peperone crusco e quell’inconfondibile odore di olive nere che hai messo nel barattolo a ottobre per aprirlo al pranzo di Natale. Percepisco anche una chiusura un po’ eterea di smalto e ceralacca. Eppure c’è dell’altro, non è speziatura, non è tostatura.  La memoria mi porta ad un involucro lucido, forse una cartina argentea, ma non riesco a mettere a fuoco cosa sia. Il naso non mi basta, devo passare all’assaggio. Mastico il vino e lo riconosco subito, il Mon Cheri. Ecco cos’era: cioccolato fondente, liquore e soprattutto lei, la ciliegia.La bocca mi conferma tutte le impressioni fruttate percepite al naso, racchiuse nella trama tannica ancora vigorosa, per nulla penalizzata dal lungo invecchiamento. L’acidità è tutt’oggi vivace, tanto da equilibrare la piacevole morbidezza Finale di bocca avvolgente e prolungato

 

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Circa l'autore

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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