L’insegnamento che lascia Gualtiero Marchesi

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Alla morte di un grande, c’è quasi la necessità fisica di ricongiungersi, da parte di chi lo ha conosciuto. Ci sono i parenti, ci sono gli amici e poi le persone con le quali uno è venuto in contatto. Gualtiero Marchesi ha avuto un’altra categoria di persone che lo hanno pensato  alla sua scomparsa: gli allievi. Possono essere stati diretti o semplicemente alunni delle scuole alberghiere che lo hanno studiato, essendo oramai diventato un personaggio da libro di testo. Ora che esistono i social, mi rendo conto dagli interventi che si sono succeduti sull’articolo scritto per la sua commemorazione, che gli alunni che portai a fare i pranzi studio in via Bonvesin della Riva, il ristorante delle Tre Stelle Michelin, ancora si ricordano di un’esperienza che li ha in qualche modo segnati, pur essendo oggi adulti e magari hanno scelto un altro lavoro. Chi era il personaggio, lo potete leggere qui, in un articolo che scrissi nel 2016, quando passò da Firenze : inutile santificarlo post mortem, meglio capire la portata di un uomo che è riuscito a dire tutto e il suo contrario, ad essere piacevolmente snob, fino ad arrivare all’alterigia, orgogliosamente ostentata ma che gli calzava a pennello. C’era una maniera di guardare il mondo dall’alto in basso, una sorta di visionario che non trovava vicino a se’ nessun simile con il quale confrontarsi, ed era così costretto a tracciare lui stesso, la strada che gli altri avrebbero dovuto percorrere, se solo avessero cercato in qualche modo di essere simili a lui. Traguardo Impossibile da raggiungere, sicuramente il suo pensiero recondito: proclamava modestia, ma era rivolto agli altri, non certo a se’ stesso. Amava sfidare e provocare: iniziò a far parlare di se’ in tempi nei quali il cuoco non era un personaggio alla moda, ed in quegli anni creò addirittura una linea di surgelati quando raggiungeva il successo nel ristorante laboratorio di cucina innovativa. Creò la linea di liquori, quella del caffè, un modo per far capire che il cuoco patron dovesse avere un controllo totale del ristorante, Quello che ha trasmesso a chi lo ha seguito è che la cultura non è mai abbastanza, il cuoco deve essere tutto fuori che un bruciapadelle, si deve interessare ad un mondo come quello artistico, con il quale ci possono essere affinità ma che non dovrà mai imitare in maniera pedissequa, mettendoci sempre del proprio. E’ morto da vivo, con ancora in mente un progetto entusiasmante, quello della casa di riposo. Sicuramente tante delle celebrazioni attuali lo avrebbero infastidito, chi parla oggi a suo nome e in suo ricordo, è stato demolito in vita. Non faceva niente per rimanere simpatico, di sicuro non gli interessava. Interessante notare cosa diceva solo 5 anni fa, ad un’età nella quale in tanti sono a fare i nonni ai giardinetti: è stato un artista fino in fondo, e degli artisti rimangono le opere e gli insegnamenti. La loro vita è sempre stata intensa e piena, ma è quello che lasciano che deve essere conservato

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Circa l'autore

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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