Le anfore protagoniste per i vini di Arrighi

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L’uva, la terracotta, il mare. Tre ingredienti distanti per un buon vino? Solo in apparenza: prove alla mano secondo Antonio Arrighi, elbano, una vita – come del resto tanti isolani vispi – tra il turismo e i campi. Già albergatore e ristoratore, già guida di mountain bike – l’Elba è davvero un paradiso, per gli amanti delle ruote tassellate a pedali – che tuttavia non disdegna di frequentare ancora, quando ci riesce.

degust-artenova10E ora vigneron, e non certo per caso, “Quest’anno – racconta – taglio il traguardo delle 50 vendemmie”, del resto l’azienda non l’ha inventata lui, quei 12 ettari alle spalle di Porto Azzurro e della sua baia limpida hanno già compiuto il secolo da quando il nonno Antonio (“sono orgoglioso – dice – di portare il suo nome: coltivava viti ma anche fiori, frutta e piante e costruì uno dei primi alberghi dell’Elba, insomma un vero precursore”) sposò Dina Gavassa e il matrimonio riunì i rispettivi terreni.

degust-artenova10Per decenni però il vino non è stato il core business di casa Arrighi, servava al più per il consumo familiare e per i clienti dell’albergo. Ma poi è arrivato Antonio Il Giovane, e la prospettiva è cambiata. Fino ad arrivare appunto agli ingredienti attuali. Nessuno dei quali è casuale. Perché il vino si fa con l’uva, da sempre, e questo è inconfutabile. Si trasportava in anfore di terracotta o cocciopesto già qualche millennio fa, questo l’hanno rivelato decine e decine di incursioni subacquee con relativi ritrovamenti; ma non solo, poi si è anche capito che già, da prima, in qualche parte del mondo orientale, l’anfora era usata proprio per fare il vino. Uso importato poi dai romani, tanto che all’Elba, tra i resti della rustica Villa di San Giovanni, sono stati trovati dei “dolia fossa”, sorta di mega orci da interrare della capacità di più di mille litri.

degust-artenova10Antonio Arrighi, che da un paio d’anni è anche in conversione bio con i suoi 8 ettari vitati, è uno dei tanti vigneron che ci hanno creduto in tempi moderni, forse da noi il primato spetta al friulano Josko Gravner ma in ogni caso quell’esempio è stato raccolto e seguito da molti, in varie parti del mondo e in particolare d’Italia. E in particolare in Toscana, la terra del “cotto” che riporta subito al Rinascimento e al Brunelleschi ma anche alle conche per i limoni e agli orci da sempre usati per il vino.  Da una decina d’anni Arrighi collabora con una delle aziende più attive nella produzione di anfore e giare da vino, Artenova creata dai fratelli Andrea e Leonardo Pratesi a Impruneta, patria per eccellenza del cotto toscano (per onor di verità va detto che la terracotta di Impruneta non è il solo materiale del genere usato per il vino, c’è anche il cocciopesto, e anche tra le terrecotte ci sono poi vari tipi di trattamento del materiale, ma noi di questa oggi ci occupiamo). Si tratta, senza tema di smentita, dell’azienda leader in Italia per questo tipo di prodotto, con clienti ovunque, dagli Usa alla Nuova Zelanda, dalla Francia al Perù e poi in Sudafrica, Brasile, Australia, Canada, Austria, Serbia, Albania.

degust-artenova10E proprio in fornace si è tenuta una singolare degustazione, allietata poi dalle specialità isolane di Elba Magna di Gabriele Messina: assaggio di vini realizzati e affinati in anfora, da Arrighi ma anche da Chateau de Piote a Bordeaux, in Campania da Tenuta Fontana (la stessa che ha riportato in vita il vigneto della Villa Reale di Caserta), e da Herdade do Rocim in Portogallo.  Vini tutti diversi, nell’assaggio guidato da Francesco Bartoletti, enologo, consulente di Artenova:  un Malbec biodinamico dal tannino deciso e asciutto e un Asprinio di Aversa fruttato ed elegante, un Alentejo ricco e rotondo  dal blend di quattro uve. E naturalmente i vini di Arrighi: il VIP e l’Hermia (era il nome dell’antico cantiniere della Villa di San Giovanni), due viognier in purezza che l’enologa Laura Zuddas ha voluto affinare l’uno in barrique e l’altro in anfora, con risultati sorprendenti per diversità; il Valerius, cento per cento Ansonica diraspata a mano anche dai turisti e poi messa intera in anfora dove sta fino a marzo, e ne esce con freschezza e salinità; il Treesse, rosso che si chiama così perché  nasce da Sangiovese (59%), Syrah (30) e Sagrantino (20), tra acciaio e anfore separate  e poi un lungo riposo assemblato in giara.

degust-artenova10Ma c’era il mare, anche. E si ritorna di nuovo indietro nei millenni, con il professor Attilio Scienza il “folle” Arrighi ha studiato i metodi dei greci di Chio, che 2500 anni fa tuffavano in mare l’uva appena colta. A sette metri di profondità per cinque giorni in nasse di vimini nella baia di Porto Azzurro: nasce così Nesos, il vino icona dell’azienda, 240 bottiglie che potranno quest’anno arrivare a 300 e sono in vendita a 200 euro l’una. Pratica enologica narrata da Plinio il Vecchio ed esaltata da Giulio Cesare nei suoi banchetti, con il sale marino che tira via la purina dall’acino e per osmosi entra nel chicco, poi va in anfora per sei mesi a contatto con le bucce: nel calice il naso è iodato con sentori di alghe e spezie piccanti, al sorso c’è mandorla e camomilla. Aiuto, all’Elba affogano l’uva.

 

Credits foto di Copertina R.ridi

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Circa l'autore

Paolo Pellegrini, giornalista professionista, è nato nel Chianti Classico e vive a Firenze: ecco le radici del suo amore per il Bello e il Buono. Dopo una vita in redazione a La Nazione e numerosi articoli per riviste di turismo ed enogastronomia e una lunga collaborazione con la Guida Ristoranti de L'Espresso, oggi scrive per i giornali del gruppo Qn e per la Guida Osterie di Slow Food

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