Filippi

L’autunno della vita

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La mattina entrava nella casa che era stata sua a lungo, dopo averla lasciata per girare il mondo. Apriva con circospezione, quindi guardava se fosse nel letto sveglia. Il più delle volte dormiva e questo gli permetteva di appropriarsi di spazi che erano stati suoi e così erano rimasti immutati: la sia camera con ancora  i poster e le foto, il salotto, e gli oggetti posti come soprammobili che facevano oramai un tutt’uno con la stanza. . Andava in cucina e si preparava il caffè, la macchinetta da quattro, lo voleva bere velocemente, e ne voleva tanto. Poi le preparava il pane tostato, lo spalmava di burro, quindi il caffellatte. Solo all’ultimo, sul pane la marmellata di albicocche: era ancora quella dell’ultima volta che era riuscita a prepararla, profumava di chiodi di garofano e cannella, che lei amava aggiungere. Era il momento di svegliarla, farle indossare la vestaglia, le infilava i calzettoni e quindi l’accompagnava in salotto: non aveva mai voluto mangiare in cucina, preferiva sempre l’ampia sala, che non doveva essere aperta solo la domenica. Invece di accendere la televisione, aveva cominciato a mettere della musica, soprattutto l’opera, che lei aveva sempre amato e alla quale era stato abituato fin da piccolo. Quella mattina preferiva qualcosa di divertente, come il Barbiere di Siviglia e la guardava mentre accennava a cantare anche lei. Mangiava volentieri la mattina, soprattutto quando se lo trovava preparato. Era diventata pigra, o forse solo stanca di stare ai fornelli, lei che c’era stata una vita. Finito di mangiare era il momento della vestizione  per poi essere trasferita di fronte alla toeletta, come la chiamava lei: specchio a tre scomparti, lei seduta davanti e poi spazio alla crema per il viso, alla cipria, alla pettinatura dei capelli e ancora un po’ di rossetto trasparente. Si alzava con fatica ma con il bastone cercava di essere salda. L’accompagnava in una passeggiata dove lui aveva riscoperto lo scorrere del tempo: la fretta non esisteva, bisognava capire che si poteva diminuire la velocità. Passeggiando di fronte ad una pasticceria, la golosità la prendeva sempre e si mettevano a sedere: per lui un cappuccino, per lei, l’espresso decaffeinato ma soprattutto la bignolina allo zabaione. Lui la osservava nel momento in cui la metteva in bocca sorrideva anche con gli occhi mentre se la gustava con attenzione. Ripartivano con la solita flemma, con la sosta rituale dal giornalaio, dal panettiere, dall’ortolano.La metteva a sedere in poltrona, le portava gli occhiali per la lettura e intanto iniziava a cucinare. Le avrebbe lasciato pronto qualcosa, non si poteva trattenere ancora a lungo, ma sicuramente una zuppa calda lei l’avrebbe gradita. Mise di sottofondo la musica, questa volta era Brahms, ed andò a guardare: ovviamente si era appisolata, ovviamente il giornale le era caduto;  le tolse gli occhiali, e intanto apparecchiò per il pranzo. Mise le posate d’argento, i piatti di porcellana, quelli del “servito buono”, come li chiamava lei, quindi  si allontanò per andare a prendere una bottiglia in cantina. Non avrebbe dovuto, ma un goccio di vino glielo faceva sempre assaggiare, e diventava per lui l’occasione di fare l’aperitivo. Scelse la bottiglia, la portò in cucina e l’aprì:verso il vino nel bicchiere, l’annusò: cominciarono a scendere le lacrime senza freni

 

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About Author

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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