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La zuppa confortante della domenica

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Nella stagione autunnale aveva iniziato a prendere l’abitudine di iniziare la giornata della domenica senza fretta. Basta con passeggiate ad orari impensati, tirando l’umido e magari la pioggia, lui che non sopportava l’ombrello e preferiva inzupparsi e camminare sotto ai tetti, come i gatti, pur di non camminare con una sorta di bastone in mano. E basta anche con impegni culturali tipo la matinée di un concerto o di una lettura con l’autore, o magari anche la visita specialissima ad un museo aperto per l’occasione. Stava tornando a recuperare parte del suo tempo: aveva letto “La lentezza” di Milan Kundera e già il titolo era stato premonitore di quello che avrebbe dovuto fare: rallentare. Ed era esattamente quello che stava portando avanti, quindi, lo svegliarsi era meno repentino, l’alzarsi un’azione meditata e non fatta d’istinto, l’arrivo in cucina accompagnato  da uno sguardo ai libri, poi un  passaggio in salotto, la scelta della musica giusta per poi mettersi a fare il caffè: Non voleva vestirsi ma non amava nemmeno camminare nudo, aveva trovato anche il “vestito da casa” che non era la vestaglia sopra il pigiama, immagine che gli ricordava tanto Philo Vance, che leggeva da piccolo, piuttosto maglietta e pantaloni di cotone, non la tuta in acetato che aborriva in tutti i suoi colori e forme. Non si era certo convertito al tè, il caffè rimaneva il suo credo con un rituale ben preciso: il primo era la moka, il secondo l’espresso, il terzo una sorta di café filtre alla francese, molto più carico di quello che beveva a Parigi, che lo accompagnava per il resto della mattina. Non mangiava perché voleva preservarsi per il pranzo, che aveva riacquistato la sua nobiltà, dopo tanti brunch fatti in giro per alberghi: buoni, belli anche come presentazione, ma lui sentiva la necessità di stare a casa. Oggi aveva invitato due amiche ed un amico, che tra l’altro non si conoscevano tra loro. Si divertiva a mescolare le carte, ad essere un territorio franco dove agire in libertà, dove le persone potevano scambiarsi idee ed opinioni: li al suo tavolo erano nate amicizie, anche qualche amore, ma soprattutto la voglia di tornare ad incontrarsi. La regola era sempre quella: gli altri portavano il dolce, magari gli stuzzichini da aperitivo, poi chi voleva portare il secondo era sempre gradito: a lui il compito del vino e dell’antipasto, se ci fosse stato bisogno. Ed oggi la scelta era caduta sulla zuppa: calda, confortante, saporita e anche ricca. Niente a che vedere con le minestre leggere e rigeneranti: ci avrebbe messo la crosta di parmigiano in cottura, ma anche una cotenna, la salsiccia sbriciolata, e poi i fagioli le patate, le bietole…una cottura lunga e misurata, dove amava il riposo prima di servirla, la scelta personale, di aggiungere o meno il parmigiano, così come l’olio: il pepe era obbligatorio per tutti. Iniziò il lavoro con calma, doveva arrivare alle una, con il “Confutate Maledictis” che riempiva le stanze..un bel modo di staccare la spina e liberare la mente.

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About Author

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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