La zingarata

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La voglia era quella di lasciare da parte il Google calendar, le sveglie che ricordavano gli appuntamenti, i ritmi scanditi da scadenze prefissate per lanciarsi in una due giorni di vero divertimento: non che dovessero fare chissà quali  strani cose, avevano solo voglia di stare insieme così decisero di passare tre giorni in montagna, arrivando ognuno con il suo mezzo preferito. Leonida decise di arrivare a piedi al rifugio, il che voleva dire mettersi in cammino almeno due giorni prima, Matteo scelse la bici per provare anche il nuovo materiale sportivo mentre Alvise decise di rimettere in sesto la moto, scegliendo anche di fare un giro più largo per metterla e mettersi alla prova. Chissà da cosa era nata quell’improvvisa svolta salutista per tutti e tre, dopo anni passati in eccessi , soprattutto di tipo alimentare e alcolico, niente a che fare con la cultura dello sballo che non apparteneva loro.

Era invece il piacere prolungato che li divertiva, potevano andare oltre solo quando stavano davvero bene , il che li metteva al riparo da figuracce e altre disavventure. Ci pensava, Alvise, mentre con la moto si piegava sui tornanti per lui sport era diventato il pugilato, lui sempre mingherlino e pacifico, aveva trovato nello sport una motivazione per tenersi in forma per uno scopo che non fosse solo quello del bel fisico: Ne prendeva, di botte, e ne dava, e questo era diventato un ottimo esercizio per affrontare le problematiche della vita. Matteo non stava certo a curarsi che il ciuffo non fosse troppo bagnato e piegato sugli occhi mentre affrontava la salita in cima ai pedali, con un affanno mai provato, e non doveva ridere quando pensava al passato, dove la preoccupazione maggiore era quella di piegare le maniche della camicia in maniera appropriata mentre arrivava sulla spiaggia. Infine, Leonida, era diventato una sorta di Forrest Gump della camminata, la corsa l’aveva messa in soffitta, preferiva stancarsi senza eccedere, finite le performance estreme, la testa doveva essere libera. L’appuntamento non poteva che essere per l’aperitivo, con sa seguire cena, il punto di partenza era il rifugio gourmet, da dove sarebbero partiti il giorno dopo per una tre giorni monacale, fatta di sentieri, monasteri, cappelle, cime di montagna, bivacchi. Ma la prima sera, così come sarebbe capitato per l’ultima, si doveva festeggiare alla grande E fu così che i responsabili della struttura non credevano ai loro occhi, una volta che li videro scendere dalle camere: entrati sdruciti, stanchi, sporchi, puzzolenti, si erano divertiti a rivestirsi e profumarsi quasi fossero al Waldorf Astoria a New York la notte di Capodanno. Non potevano non essere notati, non tanto per aspetti esteriori, l’età incombeva in maniera ovvia, ma per il clima che si era creato grazie a loro e attorno a loro. Fu un attimo vedere scorrere accanto al loro tavolo gli altri ospiti del rifugio, un piacere sentire le risate non sguaiate, i discorsi colti, il piacere che sprigionava il buonumore generalizzato. Poi a tavola rimasero loro tre e ci fu la sensazione che la storia stesse cambiando. Ostriche e crudo di pesce  a 2000 metri facevano impressione, ma soprattutto fu il personale di sala che aveva qualcosa di strano. Tre camerieri dal fascino ambiguo ed indecifrabile, le portate non scelte che arrivavano ed erano comunque le loro preferite, lo champagne abolito a favore dei loro orange prediletti. I capelli si sciolsero, dei camerieri, le divise si aprirono, le scarpe si tolsero a favore dei sandali che risultavano perfettamente abbinati. Odette, Josephine e Luana, erano lì con loro e sarebbe stata una notte davvero unica.

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Circa l'autore

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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