Filippi

La notte in ospedale

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La telefonata le arrivò mentre era ad una festa: musica di Moby di sottofondo, lei nel pieno del ballo con ritmo pieno, improvvisa la luce del telefono. Si bloccò per rispondere, aveva visto che era suo fratello: la mamma è in ospedale. Non poteva veramente far altro che prendere ed uscire. Eppure si sentiva inadeguata, andare in ospedale vestita con tacco 12, abito attillato con schiena scoperta ed autoreggenti, insomma non le sembrava il caso. Meno male che per arrivare al pronto soccorso doveva passare vicino a casa: una sosta veloce, nuda in un attimo per rivestirsi con maglione e jeans, le scarpe da ginnastica che erano vicino alla porta e poi via, la ripartenza. Si guardò nello specchietto retrovisore, il viso era strano, il trucco stava cedendo e non era più adatto ai vestiti che stava indossando. Se ne fregò altamente fino all’arrivo in ospedale: lì si precipitò all’accettazione, e alla notizia che doveva semplicemente aspettare, entrò in bagno e cominciò un duro lavoro di ripulitura. Con acqua e sapone non era lavoro semplice ma ci riuscì. Era sola, il fratello aveva tre figli a casa piccoli, la moglie fuori per lavoro, toccava a lei gestire una notte che si prospettava lunga. Diede uno sguardo alla varia umanità che si affollava in sala d’attesa: la ragazza che parlava a voce alta al telefono con il fidanzato, la signora anziana con la pezzola in capo accanto al figlio, forse in attesa di notizie del marito, e poi le due sorelle diverse nel guardarle ma unite  nel parlare, il ragazzo cinese spaesato che osservava il telefono, la signora indiana bellissima nella sua presenza signorile, che riusciva a tenere accanto a se’ le due figlie in religioso silenzio. Si sedette su una panca, giocando con o telefono per cercare di staccare la testa, ma era troppo attratta da questo strano mondo che le si paventava davanti. Nella lunga attesa era incredibile come le reazioni potessero essere diverse nello scorrere del tempo anche nelle singole persone. Chi si lamentava a voce alta, chi si abbracciava piangendo, chi riusciva a ridere per alleggerire la situazione. Accanto sentì una presenza, si voltò ed era un uomo che la osservava ” Bello rivederti dopo quarant’anni”. Lo guardò senza riuscire a dire parola ma fu lui a venirle in aiuto “Insieme a scuola, per tre anni, belli e penetranti, poi non ci siamo più visti”. Fu sorprendente ed entusiasmante allo stesso tempo l’incontro, tante cose da dirsi, ma poi arrivò la chiamata dall’altoparlante per la persona che era con lui che, come era comparso sparì.  SI fece coraggio, lei sempre riservata, suonò il campanello e chiese notizie di sua madre: l’accompagnarono alla barella, tre ore in attesa e ancora nessuna visita. Non si arrabbiò, vedeva infermieri e dottori perennemente presi da emergenze di vario tipo e capiva che non poteva essere la priorità una novantenne: che però era sua madre. Cominciò ad accarezzarla a lungo e poi si baciarono, come facevano da piccola, quando si intrufolava nel lettone e non capiva perché il babbo ogni tanto un po’, solo un po’ si arrabbiasse. La lacrima scese leggera, la ricacciò dentro quando arrivò il dottore, che la tranquillizzò molto. Capì che la notte doveva essere molto lunga, quindi si congedò dando appuntamento a sua madre il giorno dopo. Riprese la macchina e alle tre di notte transitava in una città deserta, con la musica dei Linkin Park che l’accompagnava. Passò davanti al truck notturno, dove avrebbe trovato hamburger e patatine per ammazzarsi il fegato, ma capì che lo doveva fare. Il fumo acre della sigaretta si aprì nell’abitacolo, sostò un minuto prima di scendere. Il bacio di sua madre valeva la notte sveglia, pensò.

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Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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