La notte a veglia

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Erano passati i tempi delle notti insonni passate con gli amici, dove lo scopo era quello di raggiungere il fornaio per il cornetto, per poi andare a letto con la colazione già fatta. Ora le notti a veglia erano dovute a tutt’altro: purtroppo solo per notizie meno felici, qualche amico che si sentiva male, partenze eccessivamente anticipate, insomma, poco di romantico. La telefonata era arrivata alle dieci, casualmente sempre nel momento giusto: nessuna cena con amici, nessun film da vedere o spettacolo teatrale al quale assistere. Era solo con i suoi pensieri e ci volle un po’ per capire che era andata all’ospedale Elvira, la signora anziana, alla quale voleva bene come un figlio alla madre, suo rifugio consolatorio, in cene che lei cucinava per lui, per farlo sfogare e farlo uscire dalla casa rilassato e satollo. L’effetto benefico del cibo e del vino sulla psiche lo aveva scoperto da lei, ma solo quando mangiava cose veramente buone e beveva altrettanto bene riusciva a rimettersi in carreggiata. Memorabili le  frittate di peperoni e salsiccia, o la pasta ripassata in padella con un sugo di pancetta e carciofi, al quale lei amava aggiungere pecorino fresco e bottarga: non sa perché, perché il contrasto era evidente, ma erano buone. In macchina si accese la sigaretta, e quel fumo lo aiutava a tenere meglio la tensione dell’arrivo al pronto soccorso. Troppe volte quell’ambiente lo aveva soffocato, intristito, reso ansioso: entrò in ospedale e trovò Gilberto, il nipote, che lo aspettava, timoroso di entrare a chiedere notizie. Si era abituato a svolgere quel compito che nessuno voleva prendersi a carico, quello di ascoltare le notizie dei medici. Era una sera relativamente tranquilla, aveva assistito a notti molto più agitate, solo la dottoressa si approcciò a lui in maniera aggressiva, chiedendo chi fosse. Lo spiegò, con molta comprensione per il lavoro che stava facendo, e lei se ne accorse, abbassando la guardia e diventando più tranquilla. Elvira ce l’avrebbe fatta anche questa volta, e si avvicinò accarezzandola, mentre lei le baciava la mano, un gesto automatico, al quale lui si era abituato. La guardò negli occhi e la toccò a lungo, quasi a volerle conferire sicurezza, poi la baciò lui questa volta, in fronte, augurandole la buonanotte: sarebbe dovuta rimanere a dormire in osservazione. Uscendo incontrò la dottoressa, uno sguardo intenso, che poteva dire tutto e niente. Andò fuori a prendere Gilberto e  tornarono a casa in auto: aveva deciso di accompagnarlo, alle tre fargli prendere un taxi gli sembrava eccessivo. Quella notte si presentava senza fine, decise di entrare da lui, e alla proposta del caffè, replicò con una frittata alla maniera di Elvira. Scaldò l’olio in una padella mentre Gilberto rompeva le uova, quindi versò quello che trovò nel frigo: l’aglio schiacciato, le zucchine, il prezzemolo, le carote a fettine, poi il prosciutto crudo rimasto e tagliato a pezzetti. Sul finale gli ultimi ritagli di scamorza e gorgonzola: le uova ebbero il ruolo di compattare bene il tutto. Sulla tavola, il pane, una bottiglia di vino e i piatti che aspettavano. SI misero a mangiare, ricordandosi delle gesta di Elvira e di come la consolazione alle quattro di mattina poteva arrivare grazie a degli avanzi di frigo.

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Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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