banner4

La malattia che unisce

0

La dimensione ospedaliera era per lei sconosciuta: fortunatamente non ci aveva mai dovuto avere a che fare ma ora che era coinvolta la sua più cara amica, per una malattia ancora sconosciuta, si era trovata all’improvviso a vivere in un mondo che le era scorso accanto senza mai conoscerlo. Prima diceva di non entrare in ospedale per l’odore, l’ambiente, le persone che lo abitavano giornalmente, ma d’improvviso realizzò che erano scuse dietro le  quali era inutile celarsi. In certi momenti è facile cambiare, mettersi alle spalle anni di comportamenti per poi assumerne altri: la sua irrequietezza e la sua frenesia avevano trovato un canale dove convogliare tutta la sua energia. Era diventata abitudinaria, non certo per imposizione, ma per amore: la mattina si svegliava presto ed andava in ospedale, era riuscita a fare amicizia con le infermiere e quindi facevano colazione insieme, lei ed Emma. Poi, se riusciva, a pranzo faceva una scappata veloce, la scusa per portarle un dolcino, che prendeva alla pasticceria che aveva le vetrine dirimpetto a quelle della clinica. Era diventata una buona abitudine, quella di provare le monoporzioni, che si divoravano in due, mangiate spesso con le dita, con la faccia sporca quasi sempre di cioccolato, che si divertivano a togliersi a furia di leccatine come fossero gattine. La sera, poi, tornava a trovarla, e sapeva che quello era il momento topico, la notte era lunga da passare e spesso avrebbe preferito stare accanto a lei, ma non era possibile. E allora, ci andava con un libro di poesie, avevano preso la buona abitudine di leggerne un paio e poi commentarle: un genere che non avevano mai troppo amato e che si rivelava invece avvincente. La sera tornava a casa un po’ più lieta  e meditava su quel rapporto iniziato un anno prima, quasi per caso: non erano amanti, di questo era certa, erano amiche innamorate, convinte di dover fare un pezzo di strada insieme. Non era un rifiuto del genere maschile, non aveva la scusa di separazioni dolorose, l’ultima storia si era conclusa in perfetta armonia e lei si trovava ora in equilibrio. C’erano state anche storie fugaci, di personaggi interessanti, magari incontrati per alcune sere, nelle quali aveva ritrovato brividi sopiti in notti che l’avevano fatta tornare ai tempi dell’adolescenza, quando l’alcova era la macchina di turno. Quella sera era rientrata prima del solito, si era messa l’acqua sul fuoco, quindi preparata la tazza e i biscotti: aveva bisogno di coccole. Sul divano la coperta, poi la scelta della musica, che voleva ascoltare senza fare altro: era per lei vitale ritemprarsi con il suono, ogni sera diverso, che la faceva galleggiare nel suo mondo ideale. D’improvviso la telefonata, la richiesta di Emma di tornare in ospedale, l’operavano d’urgenza: cuore a mille, tentativo di fare mente locale su cosa doveva portare con se, quindi il precipitarsi in auto. Era notte, meno male che l’ospedale si trovava in città, le dava un senso di sicurezza, non era un “non luogo” freddo e inospitale. Corse in reparto, la vide mentre la portavano in sala operatoria, non aveva nessuno a cui chiedere informazioni. Stava montando l’angoscia, quando riconobbe il dottore con il quale aveva parlato della situazione di Emma: la guardò, le prese le mani nelle sue, un gesto puramente affettuoso, sentiva che non c’era altro, la guardò negli occhi:”Preparati, la notte sarà lunga ma piena di speranza”. Si accasciò sulla sedia, a metà tra l’affranto e il contento, quindi le si aprì un lieve sorriso nell’immaginare Emma…finalmente libera, qualunque cosa potesse accaderle!

Share.

About Author

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

Leave A Reply