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La festa dei Morti

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Le feste in mezzo alla settimana le piacevano, non tanto per fare viaggi, quelli li preferiva fare nei giorni feriali, con meno persone in circolazione: erano giorni sospesi, ovattati, non legati a percorsi obbligati. Poteva, è vero, prendere un treno, andare a trovare qualcuno, e lo aveva anche fatto, ma spesso rimaneva nel suo quartiere, se non in casa, immersa in quella strana atmosfera dove i negozi decidevano se quel giorno era giusto fare festa o meno, e quindi la maggior parte decideva di aprire ed il personale risultava comunque meno stressato del solito, soprattutto al mattino, ed era un piacere fermarsi anche a parlare. Era nata a novembre e il giorno dei Morti la colpiva, lei così passionale, solare e vitale, a contrasto con una stagione così grigia. E quindi la mattina, vestita con attenzione ma senza strafare, ovvero i pantaloni alla caviglia, scarpe basse, un basco e un impermeabile aderente, si era messa in auto per andare in campagna: il colmo è che non aveva nessun parente dove sarebbe giunta, solo che amava quel luogo scovato per caso in mezzo al bosco, con la maggior parte delle tombe malmesse, frequentato da pochi. Il suo posto di meditazione, dove aveva anche preso decisioni importanti, come lasciare il suo compagno dopo anni di convivenza. Con la sua 500 si inerpicò per strade ricche di curve fino ad incontrare quella sterrata che l’avrebbe condotta a destinazione. La pioggia non la impauriva, l’ombrello era per lei un accessorio inesistente,  si divertiva a bagnarsi con quel tocco di freschezza che le dava energia. Quando arrivò al cimitero, il cielo si era già aperto, aprì il cancello e si diresse verso i loculi dove amava guardare le foto e leggere i nomi. Non era un luogo per ricchi, dove le citazioni sulle tombe erano prolisse, pedanti, a volte ridicole nella loro barocca espressione: immaginarsi la vita che potevano aver fatto alcuni defunti la colpiva, soprattutto nel capire che spesso al viso non corrispondeva quello che lei immaginava: facce d’angelo che avevano trascorso una vita da cattivi e viceversa. Il tutto scoperto nell’ascoltare le persone incontrate sul posto, a volte per lasciare un fiore, a volte per pregare, a volte per urlare una rabbia repressa per anni, come quella figlia che offendeva il padre per averla abbandonata o il figlio che entrò solo per sputare sulla foto dei genitori, tornandosene da dove era venuto. Stava concludendo il suo giro quando vide entrare un uomo alto, giovane, vestito un po’ smesso, un berrettino sulla testa calva, occhiali da sole malgrado il tempo, con un cane appresso. Si diresse senza troppo pensare verso una tomba malmessa, rimase cinque minuti immobile a fissare la foto, quindi si voltò e tornò lentamente verso il cancello. Incuriosita, andò a vedere e capì, ad occhio e croce, che doveva essere il padre. Strano modo di elaborare il lutto, lo giudicava molto maschile e lei si ritrovava in quella riservatezza estrema nel mostrare i sentimenti, il non dover condividere sempre tutto con amici ed amiche. Ed era anche un po’ per quello che la storia era terminata, anche se lei sapeva bene in cuor suo che il motivo era la fine dell’amore. Capì che doveva partire, altrimenti la serenità acquisita si sarebbe trasformata in angoscia sottile: recuperò l’uscita e lo trovò di nuovo, a fumare una sigaretta accanto alla macchina, un vecchio Mercedes con un fascino inspiegabile. Non capiva perché, ma era attratta da quella presenza, un uomo con cui non aveva proferito parola, probabilmente diverso da lei in tutto: stava per entrare in macchina e sentì chiara la sua voce” Ti va un cappuccino e una brioche? Se mi segui conosco un posto vicino, non aver paura che non è una bettola”. Non parlò proprio, lei, fece di sì con la testa e lo seguì, con la pancia che si cominciava ad attorcigliare ed il cuore che batteva un po’ forte.

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Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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