Keith Haring,divertimento e pura follia

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Come definire un personaggio come questo folletto gioioso, cascato sulla terra per un tempo troppo breve ma in grado di regalare emozioni e divertimento ancora oggi durevoli?

keith haringTESTO DI ELISA MARTELLI

Keith Haring nasce a Reading, in Pennsylvania nel 1958 e fin dalla tenera età manifesta una passione per il disegno, anche grazie al padre fumettista. Studia grafica a Pittsburgh e poi alla School of Visual Art di New York, città in cui si trasferisce a 19 anni e dove entrerà in contatto con Basquiat e Warhol.

Si fa conoscere per i suoi disegni col gesso bianco sulla carta nera utilizzata per coprire le affissioni pubblicitarie scadute in metropolitana, ne realizza a centinaia fino a far diventare queste figure in movimento familiari ai pendolari newyorkesi: la metropolitana diventa il suo laboratorio artistico. Grazie al suo stile inconfondibile, dagli anni ’80 inizia a fare le prime mostre che lo porteranno presto al riconoscimento internazionale. Nel 1986 apre il suo Pop Shop a SoHo: copie dei suoi lavori appaiono su magliette, poster ed ogni genere di oggetti, l’arte è per tutti e lui ha creato un brand di successo. Collabora con Absolute Vodka per i pannelli pubblicitari e realizza orologi per la Swatch, dipinge su ogni tipo di superficie, dalle scarpe alle auto, alle tele. I suoi omini stilizzati, le linee curvilinee dai contorni netti, i colori accesi sono amati dal pubblico e dalla critica.

“Nella mia vita ho fatto un sacco di cose, ho guadagnato un sacco di soldi e mi sono divertito molto. Ma ho anche vissuto a New York negli anni del culmine della promiscuità sessuale. Se non prenderò l’Aids io, non lo prenderà nessuno”, con queste parole profetiche l’artista anticipa la diagnosi del 1988, l’anno seguente fonda la Keith Haring Foundation per sensibilizzare sul tema della AIDS. Da sempre è stato attivo contro il razzismo, l’omofobia e la celebrazione della diversità, a questo si aggiungeranno le campagne per il sesso sicuro (Ignorance = Fear, Silence = Death). Muore nel 1990 per complicazioni dovute al virus dell’HIV, non ha neppure compiuto 32 anni.

Tree of life

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tree of Life è stata dipinta nel 1985, all’apice del suo successo artistico, è un’opera immensa che supera i 3 metri di altezza. Il tema è classico, basti pensare agli alberi della vita del cristianesimo, dipinti da artisti medievali, qui però i rami ricurvi non culminano con volti dei santi, ma sembrano generare omini danzanti. Non è un albero della conoscenza, ma indubbiamente attesta la notorietà raggiunta dall’artista che non ha perso l’energia e la positività che lo caratterizzano fin dai primi anni della sua carriera. L’immaginario religioso è reinterpretato in chiave pop, con colori dissonanti e gioiosi, riletto per le nuove generazioni a ritmo di musica elettronica. Se l’uomo resta sempre al centro delle sue opere, la sua individualità scompare: siamo tutti parte di una grande comunità che condivide un linguaggio universale, decenni prima di Facebook, twitter, instagram… Per dirla con le parole di Tony Shafrazi: “Keith went naked into the world as the perfect boy-child of the electronic age. Like the youthful Rimbaud, he too will be acknowledged as a prophetic figure and one of the most endearing young oracles of the chaotic modern age, opening the way for a new utopic era of fraternal feeling and self-realization. He bravely chose to depict and resolve both destructive and constructive forces in society and art”. Ed intanto i suoi omini si ripetono in modo ossessivo, popolando le nostre case, le città, i musei.

Tuttomondo

Anche quando Haring ha raggiunto una notorietà mondiale, non smette di realizzare graffiti sociali, come ci dimostra il suo ultimo lavoro in assoluto, Tuttomondo, dipinto sul retro dell’abbazia di Sant’Antonio a Pisa nel 1989. Si tratta di un murales enorme (180 mq) che, con i classici omini danzanti, i “radiant babies”, e vari animali inneggia ad un mondo forse utopistico di pace ed armonia universale. Haring lascia il suo testamento sulla parete esterna di una chiesa parzialmente distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale un anno prima della sua morte. L’opera non ha un vero e proprio centro e permette ai nostri occhi di muoversi liberamente: in alto un uomo sostiene sulle spalle un delfino, accanto delle gambe umane – a mo’ di forbici – tagliano un serpente – classica incarnazione del male – più sotto una donna tiene in braccio un bimbo, come simbolo di maternità, altri omini si generano l’un l’altro, riappare il bimbo che gattona.

Le linee spezzate fra le figure danno movimento e fungono da raccordo fra le forme stilizzate colorate. Oggi più che mai, questa opera ci ricorda che siamo tutti interconnessi, senza armonia fra uomo e creato (ambiente, animali) non sopravviviamo, così come senza collaborare fra di noi, tutti interconnessi e presuntuosamente egocentrici. Così come la pandemia odierna ci ricorda l’horror vacui tanto temuto dai graffitari.

 

 

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Circa l'autore

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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