Irpinia: Love in White

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Ci sono nomi che in modo del tutto soggettivo e irrazionale evocano in ognuno di noi un colore, un profumo o una sensazione. Ecco, a me Irpinia ha sempre fatto venire in mente una terra tutta fatta di salite ripide, forse per la vaga somiglianza col verbo ‘inerpicarsi’. Invece il collegamento etimologico è con hirpus, lupo, l’antico animale totemico della tribù che si insediò in questi luoghi in epoca preromana, ma l’ho scoperto solo alla fine di questo viaggio sulle tracce dei grandi bianchi autoctoni.

Per questo arrivando a Cesinali, prima tappa del mio tour agostano, mi sono un po’ stupita nel trovare un paesaggio disteso (siamo nella valle del fiume Sabato), con colline dolci e aree pianeggianti dove dominano i noccioleti, per i quali questa zona a sud di Avellino è rinomata.
E proprio i noccioleti, insieme alle vigne e agli alberi da frutto, circondano Cantina del Barone, su una collinetta a 380 mt di altitudine. Alla guida della tenuta di famiglia c’è Luigi Sarno, enologo e factotum. Questo appellativo si attaglia in pieno a tutti i vignaioli di cui racconterò qui; qualche aiuto in vendemmia, certo, ma maniche rimboccate e presenza fissa in vigna e in cantina.

Luigi ci accoglie con la spontaneità di un vecchio amico e dopo aver sistemato i bagagli nel suo nuovissimo ed accogliente b&b 928, tra le vigne e il meleto, ci porta subito in ricognizione tra i filari. A dire il vero il primo incontro non è con i grappoli d’uva, ma con degli splendidi pavoni, retaggio dell’antica proprietà, un barone napoletano per il quale il nonno e il padre di Luigi hanno mandato avanti la tenuta agricola. Quando negli anni Novanta il prezzo delle uve, fino ad allora conferite a Mastroberardino, scese drasticamente, Antonio Sarno, come molti altri, decise di rilevare la proprietà e vinificare in proprio, seguito poi dal figlio.

Laureatosi in enologia col professor Moio, Luigi ha ben saldo l’attaccamento alle tradizioni della sua terra, ma questo non gli ha impedito, una volta subentrato, di imprimere una svolta decisa alla conduzione aziendale: nei due ettari e mezzo decide di produrre soltanto Fiano, per valorizzare al meglio la vocazione bianchista del luogo, e reimpianta con un diverso orientamento una parcella di vigna, dalla quale ricavare il vino di punta. Dal 2009 infatti le uve delle due parcelle in cui è diviso il vigneto vengono vinificate separatamente, per il Fiano base Paone e il cru Particella 928, nome ripreso dai registri catastali. I terreni in superficie sono scuri e sabbiosi, di matrice vulcanica (i lapilli del Vesuvio sono arrivati fino a qui), a ricoprire uno strato di roccia madre; il clima, con i monti Terminio e Partenio a far da scudo, è fresco e ventilato, ottime le escursioni termiche. Forte di questi presupposti favorevoli e consapevole del valore del vitigno, Luigi punta a un vino che lasci parlare il territorio, accudendo la vigna per assecondarne i bisogni, evitando trattamenti sistemici ed escludendo ogni interventismo in cantina, fatta salva una minima aggiunta di solforosa in fase di imbottigliamento.

Noterò più tardi che le sue due etichette di Fiano sono IGP: il giallo paglierino dei suoi vini è ben diverso dal colore più chiaro previsto dal disciplinare della DOCG, ma lui non intende modificare quello che le vigne restituiscono e la crescente affermazione sul mercato sembra dar ragione al suo carattere umile e determinato insieme.
Le foglie e i grappoli sono belli, sani, la vigna ordinata, dotata anche di una stazione meteorologica, riflette un’impostazione razionale. Per questo spicca, tra le due parcelle, un enorme tronco contorto come una scultura e carico di grappoli gialli: è una splendida pianta di uva corniciello (pizzutella), ultracentenaria, che ancora produce questa buonissima uva da tavola. Un monumento.

Prima di entrare in cantina, Luigi ci racconta di VITI-Vignaioli in Terre d’Irpinia, l’associazione che ha fondato e nella quale ha coinvolto Cantine dell’Angelo a Tufo e Cantina Il Cancelliere a Montemarano, nell’areale del Taurasi: coprendo le tre zone delle DOCG campane, si presentano insieme a fiere ed eventi, promuovendo la loro idea di viticoltura rispettosa della terra e di un lavoro in cantina il meno invadente possibile.
Pressatura soffice coi raspi, fermentazioni spontanee, stabilizzazione tartarica a freddo, prolungato affinamento in acciaio sulle fecce fini. Assaggiamo dalla vasca l’ultima vendemmia di Paone e di Particella 928: freschissimi, sapidi entrambi, più pronto sicuramente il Paone, in fase di svelamento il Particella.

In sala degustazione si parte con una chicca non in commercio, un metodo ancestrale con le uve di Particella del 2014, rimasto sui lieviti fino al 2017, molto piacevoli le note di agrumi canditi e di avena. Ultima vendemmia uscita delle due parcelle di vigna: agrumi, mela ed erbe aromatiche nel Fiano di Avellino Paone 2019, snello e dritto il sorso, nel Fiano di Avellino Particella 928 2019 anche delicate note floreali e un lieve rimando alla nocciola, bocca più ampia e mineralità affumicata in chiusura. Il Particella 928 vendemmia 2018 è la bottiglia che preferisco: agrumi quasi speziati, una torba iodata e sapidità marina che si allunga per tutto il sorso, che resta vibrante nella sua espansione, lungo il finale. E poi ancora a ritroso col Paone 2013, ancora teso e minerale, si affaccia un idrocarburo su un fondo di frutti disidratati; infine una bottiglia con ancora la vecchia etichetta nera, il Fiano di Avellino 2006: spezie chiare e frutta secca, cotognata e una piacevole nota ossidativa a sigillare il tutto.

Si è fatta sera. È Ferragosto e il ristorante che Luigi vuole prenotare per noi è chiuso. Non ci sono problemi, ci arrangiamo diciamo noi, facciamo un giro in macchina verso Avellino. Non sia mai! Neanche un’ora dopo ci chiama in sala degustazione, dove ci aspetta un’indimenticabile cena preparata all’ultimo momento da Maria, mamma di Luigi, con i prodotti freschi dell’orto e i capolavori della dispensa: zucchine alla scapece, non vi dimenticherò mai! Non ci era ancora capitata una cena improvvisata insieme a un vignaiolo, degustando i vini suoi e dei suoi amici, assaggiando i prodotti della sua terra, chiacchierando di prospettive e intoppi, di speranze e progetti. Considero un regalo bellissimo da parte di Luigi e di Maria l’aver condiviso la tavola con noi. Condivisione è una parola ormai consunta da quanto è stiracchiata in qua e in là per far da coperta a qualsiasi tipo di incontro, ma quando ce vo’ ce vo’!

 

Dicevo in apertura che il toponimo Irpinia mi evocava tutto uno sfinimento verticale di discese ardite e di risalite…
A Cesinali sono stata smentita, a Lapio avrò modo di constatare che siamo più in alto sul livello del mare ma sempre con ampio respiro paesaggistico davanti. A Tufo ho capito di averci visto giusto con la mia sensazione semantico-ancestrale.
È successo quando Angelo Muto, proprietario di Cantine dell’Angelo, ha ingranato le ridotte e ha lanciato il suo vissutissimo fuoristrada su verso l’inaccessibile vigna di Torrefavale. Prima di partire, notando una certa esilità di corporatura e conoscendo le asperità del percorso, mi fa: “Sei sicura che ce la fai?”. Angelo non sa che la 4×4 (non il SUV) è da sempre per me la macchina più elettrizzante che esista, soprattutto quando viene guidata sui terreni estremi per cui è concepita. Per dimostrare di che pasta son fatta, indico il sedile posteriore al mio compagno di avventure e mi piroetto di slancio sul sedile passeggero.

Dopo un tempo indefinito di movimenti tellurici credo intorno al sesto grado della scala Richter, si arriva a una pendenza che sfiora il 30%; non siamo alle vertigini del leggendario vigneto Bernkasteler Doctor in Mosella, ma non ci manca poi così tanto. Abbandono subito ogni spavalderia, perché davanti a noi c’è un fantastico tetto spiovente di vigneti e tutt’intorno la cintura verdissima dei boschi del Partenio: eroi ne servono decisamente anche qui per prendersi cura delle piante e per la vendemmia. Attimo di raccoglimento spontaneo di fronte a Mamma Natura. Meccanizzazione? Si scherza, dai. Fatica arcigna piuttosto e l’unico automatismo immaginabile è quello delle imprecazioni a raffica quando si perde l’equilibrio o cede il nervo sciatico.

Da questa particella ciottolosa di un ettaro e da un’altra, in contrada Campanaro, che sovrasta le vecchie miniere di zolfo, escono due Greco di grande carattere: il cru Torrefavale e il Miniere. Qui a Torrefavale il suolo è argilloso e gessoso, la presenza dello zolfo è evidente; in Contrada Campanaro, prossima tappa, lo zolfo è ancora più abbondante; siamo in effetti proprio sopra la vasta area delle miniere, dove dalla metà dell’Ottocento fino agli anni ’80 del Novecento c’erano gli impianti di estrazione e lavorazione dello zolfo, importante fonte di reddito per la zona. Le strutture, affascinanti e maestose, sono dei dinosauri in rovina; ci sarebbe un potenziale di riuso enorme, didattico, artistico, enogastronomico e chissà che altro. Ne parliamo appassionatamente con Angelo, che è un vero custode della sua Terra, ma il discorso qui prende altre chine che ci porterebbero fuori tema.

Tornando all’uva, in totale circa sei ettari, vinificati in proprio dal 2006. Proseguiamo in altezza verso Contrada San Marco, dove Angelo coltiva meno di mezzo ettaro di Coda di Volpe, seguendo la tradizione del nonno.
Dopo aver toccato con mano le differenti composizioni del terreno ed averne constatato la grande variabilità anche a distanze ravvicinate, si continua percorrendo in lungo e in largo non solo le vigne di proprietà, ma tutto il territorio vitato di Tufo. La tappa finale è in cantina, dove ci aspetta Franca, la moglie di Angelo. L’enologo è il sodale ed amico Luigi Sarno, che applica anche al Greco il suo modus operandi, contraddistinto dai lunghi affinamenti in acciaio sulle fecce fini.

Il Coda di Volpe del Nonno 2019 si apre con note di camomilla e salvia, il sorso è morbido (il vitigno è ammesso per tradizione nel disciplinare del Greco per attenuarne l’acidità), in equilibrio con la freschezza, il risultato è una beva schietta e molto piacevole.
Il Greco di Tufo Miniere 2018 è al naso l’espressione fedele del suolo sulfureo che abbiamo appena calpestato, che si completa con nuances di agrumi e macchia mediterranea, mentre al palato l’acidità vibrante e sapida e il lieve accenno tannico si integrano appieno con la struttura.
Dal Greco di Tufo Torrefavale 2018 emerge una sapidità decisa che ben bilancia la materia di bocca, eleganti i profumi di pesca bianca, mela selvatica ed erbe balsamiche e anche qui un sottofondo di mineralità sulfurea accompagna la lunga scia finale.

Ultima tappa (ma solo di questo diario) da Ercole Zarrella di Rocca del Principe. Siamo a Lapio, in Contrada Arianiello, la frazione più alta del comune e in assoluto una delle zone più vocate. Ercole ci spiega che il Fiano a Lapio è cosa relativamente recente: fino a fine anni ’70 qui si coltivava quasi esclusivamente Aglianico. Sono state le sperimentazioni sul Fiano condotte in loco dalla Scuola Enologica di Avellino che hanno capovolto la situazione (Lapio è il comune cerniera che accoglie entrambe le DOCG Fiano di Avellino e Taurasi).
Un discorso sulla zonazione di questo grande vitigno sarebbe quanto mai appropriato, visto che le differenze pedoclimatiche sono riscontrabili già all’interno dei singoli comuni. Ci sono dei macro caratteri che appartengono ad ognuna delle sottozone comunali, ma pare che un riconoscimento ufficiale sia veramente un obiettivo troppo ambizioso da raggiungere.

Considerazione personale a margine, supportata anche da un libro interessante che ho letto al rientro, Fiano Terra, di Alessio Pietrobattista: peccato che la zonazione sia considerata una meta irraggiungibile. E peccato che, come anche altrove nel nostro Paese, non si riesca a unirsi seriamente per portare in alto il proprio territorio, guardando più in là del singolo riconoscimento e puntando a costruire una forza territoriale (naturalmente esistono le eccezioni e i produttori qui ricordati sono fra queste); magari anche progettando una ricettività diffusa che possa invogliare gli enoappassionati a fermarsi per qualche giorno. La Costiera Amalfitana, Napoli, Pompei, il Cilento non sono distanti e attirano flussi turistici costanti che potrebbero generare una ricaduta benefica sull’entroterra. Il momento storico purtroppo è quello che tutti conosciamo, ma il vino si continua a produrre per fortuna e per quello che ho sperimentato di persona, consiglio spassionatamente una visita in questo territorio. Fine della considerazione personale.

La cantina di Ercole è proprio alle pendici del colle omonimo e i sette ettari di vigne si estendono a partire dai dintorni della cantina fino ad arrivare in alto, con cinque diversi appezzamenti di Fiano. Come in tutte le aziende vinicole che non sono nate negli ultimi venti, venticinque anni, anche qui le uve venivano conferite ai grandi della zona e non vinificate in proprio. Ercole veniva da un’attività completamente estranea alla campagna, ha cominciato ad occuparsi della terra di famiglia solo in un secondo momento, eppure trasmette una sensibilità sul genius loci che sembra contraddire questo iter lavorativo. Ora lui e la moglie Aurelia sono aiutati dalle tre figlie, con Simona alla guida in cantina. Non solo Fiano: da un ettaro e mezzo in Contrada Campore viene una piccola produzione di Aglianico. Contrada Tognano, a 550 metri s.l.m., è invece il cru aziendale di Fiano, da vigne piantate negli anni 90 utilizzando le marze di una vite ultracentenaria a piede franco. Il terreno è argilloso, con uno strato superficiale di sabbie vulcaniche e anche qui giocano a favore le altezze e il clima asciutto e ventilato. Diraspatura e pressatura soffice, fermentazione con lieviti selezionati neutri a temperatura controllata, affinamento di circa 10 mesi sui lieviti, con frequenti bâtonnages, uscita sul mercato volutamente posticipata, dopo un anno e mezzo per il base, un anno in più per il Tognano, che fa anche una leggera macerazione sulle bucce.

Dopo la visita di vigne e cantina, una verticale di sei annate del Fiano di Avellino base, seguita dall’annata attualmente in commercio del Tognano, la 2018 e infine il frutto di un piccolo progetto sperimentale ancora non sul mercato, il Fiano affinato parzialmente in legno di Contrada Neviera, vendemmia 2019.
La verticale, che parte dalla 2010 fino alla 2019, conferma a mani basse la grande longevità del vitigno (ma non penso di essere la sola a pensare che il Fiano sia parecchio buono anche subito!). Filo conduttore la varietà ed eleganza dei profumi e l’equilibrio nella parte fruttata, ottimi dal primo all’ultimo.
Il Fiano di Avellino Tognano 2018 ribadisce la generosità del ventaglio olfattivo, come sopra, ma con un plus di complessità, profondità, materia e persistenza. Chiude con una nota affumicata che è la chicca finale.
La gentilezza rilassata di Ercole è un altro dei ricordi da portare a casa da questo excursus nella verdissima e non così erta Irpinia.


A fine giro sono contenta davvero, ho assaggiato dei grandi bianchi, ottimi a tavola ma straordinari anche senza cibo. Sostengo il mio debole per questi vini anche con l’arrivo della stagione più fresca. Sfatando il cliché del grande rosso, del fortificato o del distillato davanti al caminetto, non ho nessuna difficoltà ad immaginarmi davanti a un focherello vivace con un calice di Greco o Fiano. Niente paura, se non si dispone di camino si può sostituire il ceppo scoppiettante con un bel film o ancor meglio con lo sguardo di Amici, Amori, Affetti, Animali da compagnia, e chi più ne hA…

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Circa l'autore

Fiorentina di nascita, mamma friulana e babbo quasi napoletano, la voce più significativa del mio curriculum sono i traslochi: ergo le radici che sento più mie sono quelle della vite. Quando non ho un calice in mano o non mi nascondo in un museo, leggo gente, mangio libri, bevo film.

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