Il pranzo di Ferragosto

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Aveva già previsto che quell’anno non avrebbe fatto la solita grigliata con gli amici in campagna, e nemmeno pensava di andare al mare. Subiva il fascino perverso della città vuota, e soprattutto la nostalgia di un pranzo che solitamente non aveva mai amato, fin da piccolo, al quale tornava con la mente ma che non avrebbe sostenuto. Natale aveva un’altra atmosfera, poteva ancora sopportare Pasqua, ma nella festa di un ‘estate ormai al tramonto, trovava quel pasto una sorta  di celebrazione barocca, senza fondamenta, grottesco e inutile. Decise quindi di svegliarsi presto al mattino e inforcare la bicicletta: godersi il centro della città senza anima viva era una soddisfazione senza pari. Alle cinque e mezzo già si trovava ai piedi della cattedrale, poi via a raggiungere l palazzo comunale, senza fretta, assaporando l’aria fresca prima della grande afa. Mentalmente riguardava le foto degli amici, e si chiedeva dove trovassero soddisfazione nello stare al mare pigiati come sardine in spiagge spesso trasformate in ristoranti all’aperto. Invidiava solo quelli che avevano preso l’aereo per andare da un’altra parte del mondo, e magari chi, in montagna, si era inerpicato per sentieri che non si erano trasformati in autostrade pedonali. . Rientrò in casa alle sette, e si preparò il caffè con gesti studiati: mentre l’acqua era sul fuoco, si apparecchiò  come non faceva mai di solito. Non che volesse mangiare troppo, voleva però godersi il momento, e quindi mise l’orchidea sul tavolo, tirò fuori il burro, tolse da sacchetto il croissant che aveva comprato e mise la confettura sul tavolo,in una contenitore di vetro posto in un supporto d’argento che aveva comprato ad un mercato dell’antiquariato. Spense l’acqua e si preparò il caffè alla turca: imponeva l’attesa e ne approfittò per andare a fare la doccia. Fu strano, quella mattina rimase più a lungo del solito sotto l’acqua, ma poi si riprese il tempo nel rivestirsi,veloce come sempre. In cucina fu colpito dall’odore piacevole del caffè, scaldò il croissant e si mise seduto, bevendo e mangiando con gesti che potevano sembrare studiati ma erano naturali. Ripensò all’estate precedente, non certo la più bella della sua vita, e di come si trovava invece a gestire meglio la sua vita un anno dopo. Una serenità ritrovata, la voglia di fare e la convinzione di riuscire a mettere in pratica molti dei suoi progetti: di sicuro il viaggio in Nuova Zelanda. Tutta la calma ricercata però, lo cominciò ad inquietare, avvertì un senso di fastidio e capì che doveva tornare fuori, magari uscire dalla città, ma nelle mete non battute dai soliti vacanzieri. Decise che la moto potesse essere di aiuto e quindi, una volta vestito, prese i caschi e scese in strada. Era stato un gesto automatico che continuava a ripetere da un anno: due caschi, come se lei ci fosse ancora al suo fianco. Non aveva voglia di risalire le scale, mise il più piccolo nel portapacchi e si avviò, su per le colline, senza riflettere troppo sulla destinazione. Cercava di fare il superuomo, ogni tanto, ma non ci riusciva, un po’ la mente vagava ma poi tornava a lei e quindi, si trovava ad accelerare improvvisamente e rallentare all’improvviso. Troppo pericoloso e, vista l’ora, si fermò, per mangiare un panino, in un a sorta di rifugio, meta dei camminatori che quel giorno sarebbero stati pochi, essendo il sentiero troppo assolato e non certo imperdibile. Ed infatti, non c’era nessuna auto nel parcheggio, un paio di moto e scorse qualche camminatore seduto. Si tolse il casco, via gli occhiali da sole, si avviò all’interno ma prima di entrare un saluto “Ciao”: era lei, seduta, che lo fissava. Il silenzio si toccava con mano, si guardavano senza togliersi gli occhi di dosso. Muti ma desiderosi di parlare. Tornò indietro e si mise a sedere accanto a lei: di tempo ce ne sarebbe stato per farlo, intanto bastava guardarsi.

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Circa l'autore

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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