Il Km 0 rischia di essere un bluff e vi spiego perché

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Tra i tanti slogan coniati negli ultimi anni, uno di quelli che mi ha colpito di più, dopo un ben diffuso “fare sistema”, riferito a qualunque operazione dove fossero coinvolti anche solo due soggetti per organizzazione di un progetto,  frase utilizzata spesso da amministratori pubblici in un politichese spinto e diffuso, anche il Chilometro Zero è stato uno dei motti più utilizzati per far capire quanto fosse importante parlare di prodotto locale. Tante associazioni, per prima Slow Food, o istituzioni come Regione Toscana, hanno sposato questo modo di pensare, cercando così di valorizzare le realtà locali, per far capire come consumare i prodotti dei vicini di casa sia una risorsa economica ed ambientale. In teoria tutto torna, purtroppo la pratica è ben diversa. Un dato tra tutti: il vino del Chianti Classico viene venduto all’80% all’estero e la media di vendita di molti produttori, anche di fuori zona, sono uguali se non superiori. Cosa non torna in questi numeri? Vivrebbero molte aziende se “costrette” o “invitate” a vendere principalmente in zona? No, anche per motivi chiamiamoli “territoriali” ovvero di mancati o ritardati pagamenti . All’estero certi prodotti alimentari, fatti secondo criteri di qualità assoluta,sono pagati con prezzi remunerativi per chi li produce ed è quindi stimolato il produttore a lavorare cercando di migliorare sempre più il livello delle sue “creature”, che poi se  vendute sul mercato locale,  non avrebbero tale successo economico . Se quanto viene  prodotto rimane a livello di territorio estremamente limitrofo, non si parla troppo del luogo in giro per il mondo, non si conosce se non per sentito dire cosa offre una regione , non si alimenta l’idea virtuosa di qualità alimentare di una zona e quindi nessuno lo ricerca.per conoscerla maggiormente Vi ricordate del famoso “scandalo” del Lardo di Colonnata quando fu sequestrata l’intera produzione per motivi squisitamente tecnici legati alla produzione? Oggi da quella che poteva dimventare una disfatta,  è diventata l’occasione di creare un un brand alimentare  ricercato dovunque nel mondo . Credo che il Chilometro Zero sia un falso problema, legato ad una visione del mondo arcaica, dove il contadino è un uomo felice e realizzato nel lavorare la terra 14 ore al giorno, vivere con il frutto del suo lavoro con semplicità: il problema è che non lo dice lui, lo dicono i personaggi della “gauche caviar” che questo mestiere non lo hanno mai fatto ,però amano ricordarlo come il bel tempo che fu. Probabilmente non frequentano supermercati, non hanno l’inconmbeza di vivere ogni giorno con salario fisso Con il Km Zero non avremmo oggi le banane, spesso le fragole non sarebbero a tavola fuori stagione, tanti ingredienti che oggi fanno parte dell’alimentazione quotidiana come ananas , papaya e mango non troverebbero spazio nella vita quotidiana. Non parleremmo di Ethnic Food, ne’ di cucina fusion e tutto quanto concerne il melting pot di profumi, sapori e cucine. Sarebbe un ritorno al passato, in una società che non esiste più, noi che abbiamo avuto la possibilità di conoscere i sapori del mondo globale in tempi non sospetti. Il km 0, applicato all’estremo, senza ragionevolezza è un retaggio di chi ha una visione della vita arcaica. Bello pensare invece ad un suo nuovo dimensionamento, quando consumare locale serva a salvaguardare ambiente e sapore!

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Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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