Il Filetto alla Wellington per il cenone

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Non aveva mai avuto molta grazia nel cucinare e, forse, era questo uno dei motivi per il quale lui l’aveva lasciata. Se ne era convinta con il passare del tempo, quando meditando sul suo passato aveva capito che i piccoli gesti servono molto per rinsaldare i legami. E lui le faceva sempre trovare un piatto cucinato al suo ritorno a casa, quello che piaceva a lei, compresi i sedani bolliti che lui proprio non sopportava. Lei si limitava invece a scaldare le lasagne al microonde, ordinare un pizza, al massimo cuocere gli spaghetti che il più delle volte faceva passare di cottura. Certo, le motivazioni che lo avevano portato quella mattina ad uscire di casa, con la valigia in mano, erano molte, ma anche il mangiare incideva. Lei era diventata fanatica del lavoro in maniera ossessiva, divertita dal peregrinare ogni settimana in una capitale europea, ad effettuare il controllo di negozi in franchising  che vendevano oggetti per la casa: era una bella vita che amava, con tutte le sere un locale nuovo da visitare, ed anche tante persone nuove da conoscere, il che l’aveva distratta alquanto. Non che lui fosse rimasto a fare il casalingo disperato, il suo lavoro di avvocato era interessante, pieno, ricco di vivacità anche mondana, ma non riuscivano mai a coinvolgersi l’uno all’altra. Sta di fatto che lei stava meditando sul primo veglione di San SIivestro da passare da sola. Inviti ne aveva ricevuti, ma sapeva bene quale fosse la tassa da pagare, e poi non era nella condizione giusta per far finta di divertirsi. Amiche che la volevano coinvolgere in cene in casa ne aveva trovate, solo che sarebbe stata la classica occasione nella quale le volevano appioppare il single di turno, magari un bamboccione che viveva ancora con i genitori, come l’ultimo che le avevano presentato: aveva già dato anche in questo campo, e decise così di crearsi un’alternativa: prendersi il tempo di cucinare il filetto alla Wellington, il piatto della memoria casalinga, quello che compariva in casa una volta l’anno cucinato da una nonna fantastica, dalla quale lei non aveva preso niente sul lato gastronomico. Andò alla ricerca de “Le Guide culinaire” di Auguste Escoffier, Filetto Wellingtonsmanettò a lungo su internet per trovare una ricetta che la convincesse. Aveva deciso di invitare le amiche a cena molto sul tardi verso le due di notte. Tanto sapeva che nelle loro feste non si mangiava granché, avrebbero avuto fame e si divertiva al pensiero di vederle arrivare con il trucco sfatto, l’aria appena stanca ma con una gran voglia di abbuffarsi. Chi non si fosse presentata, avrebbe avuto un valido motivo, ovvero il maschio di turno prestante e ardente, per le altre nessuna giustificazione sarebbe stata ammessa. Apparecchiò molto per tempo, in maniera da stirare la tovaglia sul tavolo, controllare le posate d’argento, che non fossero ossidate, riprendere con un panno i bicchieri e i piatti. Sui particolari ci teneva molto, ma capiva che non poteva indugiare e quindi, il filetto andava affrontato. Di contro, però, i contorni erano già stati preparati: fagiolini avvolti nel bacon, patate Clamart, sformatini di spinaci con salsa crema, carote lucidate nel  burro. Toccava a lui, al pezzo di carne: addirittura la pasta sfoglia era stata confezionata da lei stessa il giorno precedente, fatica improba ma coronata dal successo, il che l’aveva stupita alquanto. Cosse il filetto rosolandolo con cura e lo fece riposare per far perdere un po’ di liquido. Poi preparò la salsa di champignons, alla quale aggiunse anche i porcini che era riuscita a trovare al mercato, frullandone poi una parte per renderla cremosa. Guardò l’ora, era mezzanotte e si concesse un Negroni, non amava i cocktail annacquati o non colorati, poi stese la pasta sfoglia, ad uno spessore fine ma non finissimo, Adagiò la carne e la spalmò con i funghi, quindi avvolse il tutto con fette di prosciutto crudo. Era stata generosa ed abbondante nelle dosi  e subito pensò a lui: di come sarebbe stato contento di vederla, impegnata e motivata, lui che l’aveva sempre sorretta in tutto e che lei non aveva trattenuto. Stava per scendere una lacrima, ma sopraggiunse il pensiero della senape, che doveva mettere sulla carne ma decise di non disfare l’opera e unì quindi , in maniera ardimentosa, solo alla fine. Il forno era caldo, avvolse il tutto nella pasta sfoglia, la decorò e calcolò bene i tempi. Non poteva fallire, quindi mise a cuocere il tutto e si andò a preparare. Si rese conto, in camera , che aveva scelto una mise che sarebbe piaciuta a lui davvero tanto, scacciò il pensiero e si vestì, indugiando poi a truccarsi. Le amiche le avevano già scritto, si stavano annoiando e sarebbero arrivate in orario perfetto se non in anticipo: tutte presenti, nessuna aveva rimorchiato. Si accorse che aveva apparecchiato per otto, aveva compreso anche lui, le dispiaceva però smontare il tutto e lasciò le posate e le stoviglie. Tolse il filetto dal forno, doveva solo aspettare per il taglio, ma confidava molto nella fortuna dei principianti. Suonò il campanello mentre stava pensando al vino da aprire: ci fosse stato lui, l’avrebbero scelto insieme. Non guardò l’orologio, solo rifletté su come le era sembrato veloce lo scorrere del tempo. Quando aprì la porta, se lo vide davanti: non era arrivato a caso, era vestito alla grande, non stanco da feste alcoliche, lì per lei. Quel bacio all’odore di senape sarebbe rimasto a lungo nei loro cuori.

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Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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