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Il fascino oscuro delle carni proibite: pavone

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Quale potrebbe essere il motivo per il quale certi animali non si mangiano? Perché il pollo sì e il pavone no, tanto per fare un esempio? O volendo esagerare, perché il cane no e il coniglio si? Da un lato, come è facile immaginare ci sono motivi culturali e religiosi, dall’altro anche motivi strettamente organolettici, ma nel caso del pavone non dovrebbero sussistere tali motivazioni. Nessuna religione ne impedisce l’utilizzo, e per quanto riguarda il sapore, basta leggere i resoconti dei banchetti rinascimentali per capire come questi volatili venivano cucinati regolarmente come i polli o i fagiani. Facile intuire il fascino di cibarsi di un animale bello e interessante, quasi che l’introdurlo dentro di se’ fornisse al commensale l’occasione di rifulgere anche lui di bellezza riflessa. Un po’ come succedeva quando si faceva mangiare ai guerrieri il fegato e il cuore, per acquistare ardimento e coraggio. Il pavone dunque ha avuto un lungo periodo di successo ma poi è diventato un animale solo da mostrare. Qui trovate raccontata molto bene la sua storia, ma sarebbe interessante cosa succederebbe oggi se all’improvviso, in un ristorante venisse proposto un raviolo di pavone o il petto scaloppato in crema del suo fondo? E come ornamento verrebbero utilizzate le sue piume? Può apparire dissacratorio o eccessivo, ma è utile pensare come il nostro comportamento alimentare sia legato a convenzioni, schemi mentali, tradizioni, alcune delle quali si stanno cancellando con il tempo. Basti pensare a cosa stanno proponendo alcuni chef con gli insetti, a come il consumo delle frattaglie sia ancora legato a fattori esterni dalla gradevolezza. E, insomma, rivolgendomi ai consumatori  non vegetariani e non vegani, un bell’utilizzo di carni alternative è da incentivare o meno?

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About Author

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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