Il brodo della domenica

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Sarò stata l’abitudine alla veglia notturna, data prima dallo studio, poi dalle serate divertenti , infine dall’insonnia forse dell’età, come raccontava alle amiche ridendo, ma alle cinque del mattino si trovava sveglia nel letto, senza un motivo. Abitare da sola era indubbiamente una fortuna: nessuno a chiederle del perché fosse in piedi così presto. Ora, magari al mattino, in compagnia, qualcosa d’altro lo aveva pure fatto, ma non era il suo momento migliore: preferiva alzarsi, anche per leggere un libro, seduta sul divano, una coperta in inverno, una tazza di caffè per tenersi comunque desta. In primavera si vestiva quando arrivavano le prime luci, poi andava in giardino e zappettava, toglieva erbacce, innaffiava se doveva, ma soprattutto prendeva spunto per cogliere qualcosa dall’orto. Lo aveva voluto fortemente quell’orto, perché le imponeva ritmi regolari, cura ed attenzione, sentimenti che avrebbe dispensato volentieri ad un soggetto umano. Si stava innamorando, lo sentiva, quasi non lo credeva possibile, e stava proteggendo questa sensazione, un po’ impaurita ma di certo felice. La lettura del libro era terminata proprio quel giorno, non voleva iniziarne un altro, il secondo caffè era già sul fuoco quando si ricordò che il frigo era riempito di strani ingredienti, almeno per lei che cucinava poco. Mezza gallina le era stata data dal contadino, un pezzetto di manzo da sua madre che aveva sempre paura che morisse di fame, le ossa lasciate dall’amico artista che aveva in mente una performance troppo creativa. E poi, comunque l’orto a qualcosa doveva pur servire: Si mise felpa,le scarpe, e scese con il pigiama di flanella ed un berretto: il pensiero arrivò diretto ad Alice , la sua amica che l’avrebbe definita  con un epiteto più facile da trovare sulla bocca di un uomo. Raccolse cipolle, carote, sedano, un po’ di prezzemolo, due pomodori, il basilico e portò tutto in casa. Certo, comprare al supermercato non portava a dover infreddolirsi mettendo tutte le verdure sotto l’acqua fredda per lavarle, ma a lei serviva per riflettere sul da farsi. Aveva una ricerca conclusa, che era riuscita a fare in contemporanea al lavoro, una bella possibilità di svoltare e di riappropriarsi delle sue passioni. Il brodo era dunque quello che voleva fare quella mattina. La pentola di acqua sul fuoco, del sale spezzato e subito le carni, pulite, lavate, massaggiate con sale e pepe, come faceva sua nonna. Le ossa a parte, per farle schiumare e poi pulirle per metterle successivamente. Il brodo le piaceva, perché dopo la partenza andava avanti da solo, anche se lo si doveva assistere continuamente per farlo venire perfetto: era come allevare un figlio, pensò. Dopo aver dato il via si rese conto che non era cosa rimanere da sola, quel giorno: un piatto conviviale impone almeno un’altra persona e doveva comunque essere pronta con altro. SI mise a fare la maionese per accompagnare il bollito misto, poi cosse le verdure che aveva, con un’aria in casa che si profumava di spezie ed erbe aromatiche. Erano le sette e mezzo e si sentiva già pimpante: prese il telefono e lo svegliò, sicura che si sarebbe divertito”Io ho fatto il brodo, tu prepara i tortellini. Ti aspetto a mezzogiorno. E ricordati il lambrusco”. Uel giorno, forse, la dichiarazione sarebbe saltata fuori, da unod ei due.

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Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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