Filippi

Il bombolone alla crema

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Le piaceva non poco, il bombolone alla crema, ma si vergognava a mangiarlo in pubblico. Retaggio di quando, da piccola, la mamma le aveva insegnato che non era bello, per una bambina, mangiare quel dolce: e lei, francamente, non capiva il perché. Era una merenda che vedeva mangiare a tutti, all’uscita della scuola le pasticcerie preparavano appositamente i bomboloni caldi per i bambini e lei, invece, niente: tiravano diritto per poi trovarsi a mangiare in casa una tazza di latte con i cereali. Mamma salutista e perbenista, la sua, in un colpo solo si era beccata una donna che, in quanto a complessi poteva farne venire molti. Fortunatamente si era staccata da quell’abbraccio mortale molto presto: non che fosse cattiva, sua madre, ma era un coacervo di contraddizioni che non toccava certo a lei risolvere. L’uscita di casa a sedici anni fu provvidenziale, trasferirsi dalla zia in città le aprì un mondo gaio e divertente, dove le amicizie nascevano frequentemente, i viaggi le aprivano nuovo orizzonti, e la mente diventò molto più aperta rispetto a quella che poteva essere quella di una ragazza di paese. Ma il bombolone alla crema era rimasto un tabù, una sorta di blocco dal quale non era riuscita a riprendersi. Complice anche altri momenti che aveva vissuto che l’avevano lasciata un po’ stordita: la notte al mare, con il giovane conosciuto la sera stessa, un sesso inutile e deleterio, e lui che non vedeva l’ora di andare a mangiare i bomboloni con gli amici. O la mattina che, andando a trovare la sua migliore amica,  entrò in casa con le chiavi che le aveva lasciato, per beccarla a letto che si mangiava bomboloni con il maschio trombante di turno. Quella mattina aveva deciso di sfatare questa costrizione autoimposta, uscì di casa lasciando il gatto a pisolare, si mise maglione e jeans, niente trucco e corse alla pasticceria: era fermamente decisa di sporcarsi la faccia di crema, ungersi le man di zucchero colante, succhiarsi le dita una volta terminato il fiero pasto. C’era poca gente, decise di scegliere i bomboloni super, la vera porcata autorizzata in pubblico: ordinò, quasi per pudore, una camomilla, e poi si mise al tavolo a mangiare. Chiuse gli occhi e iniziò quella sensazione di godimento palatale che aspettava da tanto. Era un lento incidere la superficie con i denti, cercare la crema con la lingua e poi farsi avvolgere da un senso di beatitudine che si concludeva nel momento della deglutizione. Una passione che montava e capiva l’amica, che sanciva con i bomboloni la notte di sesso folle e articolato. Iniziò a succhiarsi le dita soddisfatta e aprì gli occhi: lui la stava guardando con un sorriso rinfrancante e curioso. Mai visto prima, dalla faccia più giovane di lei di dieci anni, ma dal viso maturo. Era seduto prorpio di fronte, con una tazza di caffè americano, che prese in mano per sorseggiarlo. Le prese la mano per un baciamano incantevole e aprendo la bocca stavolta in un sorriso largo esclamò: “Complimenti. Bella e intensa”. SI alzò e lei si rifugiò nella tazza di camomilla, divertita e spaventata allo stesso tempo: come lo avrebbe rivisto? Un biglietto da visita fece capolino sotto la tazza: nome, telefono, mail e professione. Pasticcere.

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About Author

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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