Giorgio De Chirico, la metafisica c’est moi!

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Il ricordo di Giorgio de Chirico mi accompagna fin da bambino, quando le riproduzioni dei suoi quadri le trovai nella Grande Enciclopedia Curcio, e mi colpirono alquanto. Confesso che da piccolo a vedere una sua foto mi prendeva una certa inquietudine, poi mi è passata .

TESTO DI ELISA MARTELLI

Giuseppe Maria Alberto Giorgio de Chirico nasce a Volo, in Tessaglia nel 1888, da genitori italiani. Studia al Politecnico di Atene, all’Accademia di Belle Arti di Firenze e all’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera dove si interessa anche di filosofia; nel 1909 si trasferisce a Milano poi a Firenze: “a Firenze la mia salute peggiorò; dipingevo qualche volta quadri di piccole dimensioni; il periodo böckliniano era passato ed avevo cominciato a dipingere soggetti ove cercavo di esprimere quel forte e misterioso sentimento che avevo scoperto nei libri di Nietzsche: la malinconia delle belle giornate d’autunno, di pomeriggio, nelle città italiane”. Nasce così il suo primo quadro metafisico ispirato da una visione avuta in Piazza Santa Croce. Dal 1911 il pittore vive a Parigi dove entra in contatto coi maggiori artisti dell’epoca, fra questi Picasso e Apollinaire; in quegli anni nasce la serie di quadri onirici con le Piazze d’Italia popolate da manichini, busti, colonne antiche.

Giorgio De Chirico autoritrattoPersonaggio eccentrico è ipocondriaco, egocentrico, ironico, trasformista. Durante la prima guerra mondiale si arruola come volontario e, col fratello Alberto Savinio, è inviato in servizio a Ferrara, città in cui si svilupperà la pittura metafisica che apre il campo all’inconscio e al Surrealismo. Nel 1917 trascorre qualche mese in un ospedale militare per malattie nervose, dove incontra l’artista Carlo Carrà nel momento di svolta metafisica. Seguiranno trasferimenti a Roma e Parigi, un matrimonio finito male e, infine, l’America: l’artista e la sua compagna Isabella – ebrea russa – si stabiliscono a New York dal 1936. Nel ’38 i due rientrano nell’Italia delle leggi razziali e ripiegano a Parigi, solo dal 1944 i due troveranno sede stabile a Roma, dove De Chirico sposerà Isabella che gli resterà accanto fino alla morte avvenuta nel 1978, alla veneranda età di 90 anni.

header De ChricoL’opera Le Muse inquietanti (1916-18) è uno dei manifesti della Metafisica, una pittura che va al di là della fisica, della realtà. Subito riconosciamo il Castello estense, il quadro è stato dipinto in piena guerra, durante il soggiorno ferrarese del pittore. A sinistra vediamo delle ciminiere spente, in un contrasto fra antico e moderno. La grande piazza vuota sembra lastricata con tavole di legno, quasi fosse un palcoscenico senza spettatori, sostituiti da delle presenze inquietanti: due manichini senza volto, che non vedono, non sentono, non parlano, ma che come degli oracoli sanno andare oltre la realtà contingente. C’è chi interpreta i manichini di De Chirico come un segnale di disumanizzazione della società, chi vede in questi le muse della tragedia e della commedia. Quello di sinistra è in piedi, ha la testa di un manichino da sartoria con le linee tratteggiate, porta una lunga veste plissettata, che si conclude con le scanalature di una colonna greca. L’altro è seduto, privo di testa, che riposa a lato, ha le braccia conserte come una scultura muliebre primitiva. Sulla destra ecco una scultura greca, immaginario natio che da sempre popola le opere dell’artista. A terra notiamo dei corpi geometrici colorati, chissà, forse giochi abbandonati dei bambini. La prospettiva è doppia, straniante, i colori accesi, la luce netta arriva da destra proiettando delle lunghe ombre, l’atmosfera è sospesa, al di fuori del tempo, enigmatica.

De Chirico fanciulla con cerchioNegli anni De Chirico riproduce molte sue opere giovanili, questa seconda opera – eseguita probabilmente negli anni Sessanta – è una replica di un suo noto quadro del 1914: Mistero e malinconia di una strada, fanciulla con cerchio. Un esempio della sua discussa poetica auto-citazionista che sconvolge la distinzione concettuale tra originale e copia. Una bimba gioca con un cerchio, correndo controvento su una strada deserta che pare in salita, una luce tagliente illumina lo spazio e le arcate dell’edificio di sinistra, citazione del soggiorno tedesco. Se nel quadro del ’14 la bimba era pura ombra, qui assume delle sembianze umane, il carrozzone – che potrebbe alludere ai numerosi trasferimenti dell’artista a causa del lavoro del padre ingegnere – in questa versione dell’opera è privo di ruote, immobile. Il tema dell’assenza s’insinua nelle ombre allungate delle figure dietro un palazzo che nasconde la vista di un altrove, forse monumenti in una piazza sonnacchiosa.

Quello che più mi colpisce delle opere di De Chirico è il silenzio, le atmosfere cristallizzate, senza passato né futuro o forse cariche di entrambi. “il tempo non esiste e […] sulla grande curva dell’eternità il passato è uguale all’avvenire. […] e ogni notte il sogno, nell’ora più profonda del riposo, ci mostra il passato uguale al futuro, il ricordo si mischia alla profezia in un’unione misteriosa”. I suoi quadri ci invitano ad entrare nel mistero del mondo, indagato con un linguaggio a-logico in un contesto onirico sospeso fra sogni ed incubi.

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Circa l'autore

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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