Elena Fucci, un destino chiamato vino

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In Basilicata, da qualunque punto si osservi il paesaggio, da qualunque terrazza si ammiri il panorama, lo sguardo si permea di giallo ocra che vira all’argilla. E l’occhio si diletta a seguire i suggestivi calanchi, solchi di erosione stretti e profondi, che si allungano in tante ramificazioni.Sul Vulture, definito “la vigna della Basilicata”, sorge l’Azienda Agricola Elena Fucci, un concentrato di eco-sostenibilità, dinamismo e modernità, che produce un’unica etichetta, Titolo.

elena fucci vignetiIl terreno è contraddistinto da una composizione irripetibile con strati di tufo, argilla e sedimenti vulcanici ricchi di potassio, e conferisce ai vini freschezza, mineralità e sapidità, e note balsamiche evidenti; il suolo vulcanico, combinato con le forti escursioni termiche, rende l’Aglianico del Vulture, ed in particolare il Titolo, un vino estremamente elegante.

L’azienda agricola Elena Fucci sorge sui costoni lavici del Vulture, una montagna di origine vulcanica il cui profilo disegna un uovo di Pasqua rotto a metà. Qui si estendono per circa 6 ettari, a 600 metri di altitudine, i vigneti di questa azienda, guidata da una donna, vulcanica anche lei, il cui destino era tutt’altro che scritto.  La terra è appartenuta per generazioni alla sua famiglia, coltivata pressoché esclusivamente per autoconsumo. I genitori di Elena decisero tuttavia di dedicarsi ad altre professioni e, fino al 2000, anche Elena sembrava avesse preferito altre strade. Sembrava. Eh sì, perché appunto nel 2000 la famiglia decise di vendere l’azienda, Elena sarebbe venuta a vivere in Toscana insieme al compagno fiorentino e a terminare i suoi studi universitari a Pisa.

cantina anforaMa proprio alle ultime battute della trattativa di vendita, il legame affettivo con la propria terra e con le proprie vigne ha prevalso, e così Elena ha convinto tutta la famiglia che lei stessa, insieme al compagno, avrebbe guidato l’azienda agricola con la mission esclusiva di produrre vino di qualità.

Dal 2000 l’azienda ha avuto una crescita esponenziale. Elena ha conseguito la laurea in viticoltura ed enologia, ha personalmente curato l’integrale ristrutturazione della cantina, oggi tutta a zero impatto ambientale grazie al rispetto delle più moderne tecniche di bioarchitettura, con un l’impiego esclusivo di materiali di recupero. Anche la refrigerazione della cantina è effettuata mediante il microcircolo dell’acqua rigorosamente riciclata. Questa è tra l’altro la ragione per la quale Elena ha scelto di vinificare solo in rosso: ci ha personalmente confermato che la vinificazione in bianco non avrebbe consentito il rispetto rigoroso dell’impatto ambientale zero, pertanto ha preferito rinunciarvi, con una scelta intransigente a favore dell’ecosostenibilità. La ristrutturazione ha unito vecchia e nuova cantina con un tunnel scavato nella roccia vulcanica, dove è stata lasciata una parte a nudo per mostrare i diversi strati che raccontano la vita del vulcano, con le fasi eruttive composte da colate laviche intervallate da strati di argilla. Elena si è dedicata alla ricerca dell’eccellenza scegliendo di produrre un’unica etichetta, che è appunto Titolo: un unico vino per rappresentare al meglio la specificità dell’Aglianico e la territorialità del Vulture. Titolo è il nome della contrada ove sorge l’azienda, un affascinante anfiteatro di filari godibile con una vista a 360 gradi. La coltivazione nel pieno rispetto della natura e dei suoi cicli; nessun impiego di prodotti chimici, la raccolta manuale delle uve.

TitoloIl Titolo 2018 è un piccolo capolavoro. Rosso rubino impenetrabile, l’eleganza si avverte già dal profumo. Nei confronti di un Aglianico del Vulture le narici hanno un pregiudizio, perché si aspettano di essere travolte: in questo caso ciò non avviene, i sentori sono disciplinati, si presentano uno dopo l’altro, in modo ordinato. E soprattutto, la potenza non prevarica l’insieme dei profumi. Ecco cos’è per me l’eleganza al naso. Sento la frutta rossa matura, la marasca, la ciliegia sotto spirito e la liquirizia. Dopo arrivano l’oliva nera al forno, la salamoia, i chiodi di garofano. Il mirto conferisce la nota balsamica e il tabacco dolce armonizza, accorda, è come se offrisse a tutti gli aromi un cuscino su cui cadere. Il sorso, caldo e avvolgente, offre alla bocca un’incredibile pienezza di frutto. La trama tannica a grana fitta lascia scorrere i tannini piccoli e duri come minuscoli noccioli di ciliegia. Ma la vera sorpresa è la persistenza: non provavo questa sensazione dall’ultima volta che ho mangiato una Morositas. La freschezza vivace preannuncia longevità. Abbinatelo con qualsiasi carne rossa cucinata bene, anche alla griglia. Anzi, se fate la griglia, cominciate a gustarlo mentre cucinate la carne. Ma non dimenticate che il contorno deve essere, inderogabilmente, il peperone crusco!

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Circa l'autore

45 anni, avvocato, ho dedicato alla danza l'infanzia, l'adolescenza e parte dell'età adulta. Dopo aver sotterrato le scarpette in giardino per raggiunti limiti di età, mi sono dedicata al tango argentino e alla fotografia, ma mai al decoupage.Per anni ho coltivato la passione per il vino e nel 2020 sono diventata Sommelier AIS. Scrivo molto, ma di più leggo. Mi piace mangiare al ristorante perché ogni locale è un microcosmo regolato dalle leggi dello chef, a cui mi affido con ironia e disincanto.

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