Edward Hopper, solitario o riservato?

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Mi hanno sempre impressionato i suoi quadri, per quel senso incredibile di solitudine tra le persone che emanano al primo sguardo sulla tela. Potevano essere sedute accanto, ma il distacco appare evidente anche se è mentale. Chiaro che uno come il sottoscritto non poteva che essere incuriosito dall’avversione dell’artista per il cibo, il che mi fa tornare sul classico pensiero che il poco socievole sarà sicuramente poco conviviale e poco amante della tavola. Di sicuro mi immagino i fornelli spenti in casa, il che mi rende ancora più triste.

Testo di Elisa Martelli

Edward Hopper (Nyack 1882- New York 1967) nasce in una piccola cittadina sull’Hudson e studia alla prestigiosa New York School of Art. Viaggerà in Europa, specialmente a Parigi, e inizierà la sua carriera come illustratore pubblicitario, impiego che portò avanti un ventennio, mentre cercava di aver successo come artista, finendo per detestarlo.

Fondamentale il suo incontro con l’artista Josephine Nivison, che in seguito diverrà sua moglie (1923), musa e modella per ogni suo dipinto. E l’acquisizione di sue opere da musei quali il MOMA di New York, città in cui passerà gran parte della sua vita, fino alla morte all’età di 84 anni. L’unione fra Edward e “Jos” fu burrascosa, lui uomo dai silenzi interminabili, lei donna indipendente i cui eccessi di rabbia sfociavano in graffi e morsi, eppure, nonostante l’apparente mancanza di comunicazione, i due resteranno sempre insieme.

Edward_Hopper-Nighthawks-1942I soggetti ritratti sono scenari tipicamente americani, pompe di benzina deserte, case isolate, interni domestici in cui il pittore spia i suoi personaggi, spesso isolati, in attesa. Con i suoi dipinti, dal realismo congelato, Hopper sa dare un volto alla solitudine e all’alienazione dell’era moderna e contemporanea. Il più noto, Nottambuli, risale al 1942 ed è ambientato in una tavola calda aperta a notte fonda in una New York deserta. Le luci al neon illuminano i personaggi, ciascuno è assorto nei propri pensieri: una coppia siede vicina, le loro mani quasi si toccano ma ognuno è chiuso in una sua dimensione, come in una bolla di silenzio. I modelli per i personaggi sono sempre i coniugi Hopper, lui si autoritrae grazie a degli specchi. Nonostante la vicinanza spaziale si è mentalmente distaccati, contraddizioni di una grande città iperconnessa. L’inquadratura è cinematografica, degna di una pellicola di Hitchcock o Lynch, come in un film Hopper sembra seminare indizi che lasciano aperte varie interpretazioni.

In Chop Suey del 1929 (anno della Grande Depressione) siamo all’interno di un ristorante cinese. Il titolo del quadro, riportato anche nell’insegna fuori dal locale, indica un piatto a base di carne, verdure in umido e salsa di soia (dal cantonese “tsap sui” che significa “pezzi rotti, avanzi”), ma sui tavoli di un bianco accecante non vediamo alcuna pietanza. In realtà questo è tipico di Hopper che non mostrava interesse per il cibo, anzi, pare cenasse di sovente con cibi in scatola. Due donne siedono una di fronte all’altra, quasi rispecchiandosi, un’altra coppia è ritratta a sinistra, in secondo piano: tutti evitano il contatto visivo, percepiamo un senso di distanza. Nonostante il quadro sia particolarmente colorato e la luce filtri dalle finestre scaldando i personaggi e giocando con i tagli netti delle ombre percepiamo un senso di malinconia, abbiamo la sensazione che stia per accadere qualcosa ma non succede niente ed il tempo, ineluttabile, si ripete ora dopo ora, giorno dopo giorno.chop suey

 

 

 

 

 

 

 

 

Chop Suey! è anche il titolo di una canzone dei System of a Down (2001) che parla d’esasperazione e suicidio: “Wake up,Grab a brush and put a little (makeup), Hide the scars to fade away the (shakeup)…” ma non la userei come colonna sonora per esprimere la solitudine malinconica dei quadri di Hopper.

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Circa l'autore

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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