Di traslochi, zucche giganti giapponesi e malvasie a pois.

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DI MARIELLA DE FRANCESCO

Ambientarsi a Roma è facile. Una città che conosco bene fin da piccola, ma non ci avevo mai vissuto.Per fortuna tutti i cliché sulla simpatia dei romani sono veri, è un attimo entrare in relazione con le persone, quindi l’acclimatamento a livello umano è stato fulmineo.

tellenaeMa se si ama il vino, è importante anche sintonizzarsi sulle frequenze vinicole dei luoghi che da pochi mesi sono diventati la tua nuova casa. Confesso che il Lazio era una delle regioni italiane che avevo meno approfondito nei miei assaggi e nei viaggi dedicati a vigne e cantine. Gravata dunque dalla mestizia del senso di colpa, ho provveduto ad espiare favorendo, in enoteca e al ristorante, i vini regionali con una devozione che definirei bigotta, mirando all’approfondimento dei vitigni autoctoni.

Ed è così che ho scoperto, io che di pois amo solo quelli delle fantastiche zucche giganti di Yayoi Kusama, che era tempo di mettere i puntini sulla i…di Malvasia.

zuccakusamaPerché sono davvero sorprendenti le caratteristiche della Malvasia Puntinata, detta anche del Lazio, autoctono dal passato glorioso, poi trascurato a favore di uve più resistenti e produttive (leggi Malvasia di Candia), ma fortunatamente riscoperto dalla nouvelle vague qualitativa che si è fatta strada col nuovo millennio, anche se meno diffusamente che in altre regioni.

Un’uva semiaromatica a maturazione tardiva, molto vignaiolo-friendly in tempo di vendemmia, perché annuncia la sua completa maturazione coi puntini grigi che ricoprono gli acini; trova la sua felicità nei terreni vulcanici e nei climi ventilati e la sua casa è ad est della Capitale, a cominciare dalle ultime propaggini del comune di Roma, per arrivare fino ai Castelli Romani, nell’area dell’antico Vulcano Laziale.

tellenaeIl primo incontro è stato in un ristorante sulla costa: il sommelier ci propone il Tellenae 2019, malvasia puntinata in purezza prodotta dall’azienda omonima, a pochi km dal centro di Roma, tra Fioranello e il Santuario del Divino Amore. Il nome del vino e della Tenuta riprende quello dell’antica città latina che si pensa sorgesse in questa località. Il vino ci piace, eccome: fermentato e affinato in acciaio con controllo delle temperature, lasciato sulle fecce fini fino a primavera, è di una freschezza che bilancia avvolgenza e struttura, profumato di erbe aromatiche, agrumi e di una gradevolissima sapidità sassosa, con un finale di mandorla amara che chiude il cerchio della piacevolezza.

Naturale il passo successivo, l’incontro con il produttore.

casalpilozzoGiuliano Manfredi Stramacci è un giovane ingegnere che dal 2015, consapevole del valore dei vigneti di famiglia, ha deciso di affiancare alla sua professione quella di vignaiolo. La sua famiglia vive nella tenuta immersa nel Parco dell’Appia Antica da più di quarant’anni, ma in passato le uve venivano tutte conferite alla cooperativa locale . Forte di una solida impostazione scientifica di base, Giuliano si dedica allo studio approfondito dell’agronomia e concentra la sua attività in vigna sulla produzione di un’unica etichetta, il Tellenae appunto. Nel prossimo futuro è però in cantiere anche un metodo classico prodotto con il Bombino bianco, l’altra uva coltivata. Nei due ettari vitati nei quali produce il Tellenae, su una superifcie totale di oltre dieci,, circondati da una bellissima oliveta e da un parco che si estende per altri otto ettari, la vista spazia sui profili dei Colli Albani e le lievi pendenze collinari sono punteggiate di pini marittimi. La prima vendemmia ha visto uscire poco più di 1500 bottiglie e anche oggi la produzione non supera le 10.800, tutte numerate. Gli obiettivi di crescita sono progettati su numeri calibrati sull’obiettivo di coniugare la volontà imprenditoriale con la conservazione della qualità e dell’espressione territoriale.

casalpilozzoArmati di magnete, andiamo a verificare la componente ferrosa delle sabbie pozzolaniche del suolo, scuro di tufo e di argilla vulcanica, dove le piante più vecchie raggiungono i sessant’anni di età. In vigna si lavora seguendo i principi della lotta integrata, concentrandosi sulla prevenzione utilizzando rame e zolfo, la vendemmia manuale è attenta a preservare la sanità delle uve e la ricerca dell’equilibrio è un vero e proprio mantra per questo giovane alfiere del proprio territorio, conscio delle potenzialità di invecchiamento del suo vitigno principe; e il suo approccio pragmatico e positivo è il chiaro segnale che in primis è lui ad essere in equilibrio, appassionatamente dedito alle sue due attività, complementari oltre ogni preconcetto. L’assaggio dell’ultima vendemmia 2020 conferma le sfaccettature accattivanti di questo bianco e la sua propensione all’evoluzione armoniosa.

Cosa insolita e oltremodo lodevole per un produttore, vedendo il mio interesse per il vitigno, Giuliano mi suggerisce di visitare una cantina dei Castelli, dove potrò rendermi conto della tenuta nel tempo di queste uve. Crede nelle sinergie tra produttori e nella forza del lavoro di squadra al servizio del territorio: vogliamo aggiungere altro?

La mattina dopo, grazie a un po’ di fortuna che mi sembra proprio di meritare dopo la lunga inattività forzata, il proprietario della cantina in questione è libero da impegni e mi accoglierà volentieri.

Il borgo di Monte Porzio Catone è una terrazza panoramica a 450 metri di altezza e prima di arrivare nel centro storico mi si para davanti il cancello imponente di un’antica residenza di campagna; posta su un clivo verdissimo, dove l’imperatore Traiano aveva edificato un luogo di delizie per la sorella.

A darmi un cordialissimo benvenuto a Casal Pilozzo è il proprietario, Antonio Pulcini, un ‘ragazzo’ dai capelli grigi dinamico e coinvolgente. Originario del luogo, ha acquistato la villa nel 1987, disabitata, dopo che aveva ospitato celebrità come Orson Welles e Tyrone Power ai tempi di Hollywood sul Tevere, in cerca di privacy lontano dai paparazzi della dolce vita quando erano di passaggio a Roma.

casalpilozzoIl parco della villa è magnifico, piante secolari ad alto fusto si alternano agli olivi e la vigna è appoggiata su un lieve pendio che guarda il panorama. Oltre alla malvasia del Lazio, Antonio alleva in regime biologico anche vitigni internazionali, come Pinot nero, Cabernet Sauvignon e Franc, Syrah, Chardonnay. Ma è la Malvasia il suo asso nella manica, è stato lui il primo a riproporla in purezza in tempi non sospetti. Prima di sederci a degustare, mi conduce nella cantina scavata nel tufo della collina, un tunnel labirintico dove la temperatura naturale è costantemente di 15 gradi. Qui affinano i suoi vini e sono conservate le riserve di famiglia. Con una furbizia da attore consumato, non mi anticipa nulla dello spettacolo a cui sto per assistere. Mentre continuiamo la nostra piacevole chiacchierata, il cunicolo vinoso è arrivato al capolinea: mi trovo senza preavviso davanti ad un altare paleocristiano scolpito nel tufo basale della grotta, che continua in altezza con strati granulosi di lava acida fino alla perfezione della volta. I simboli sul fronte dell’altare sono stati modellati da un’antichissima mano felice e l’impressione è da togliere il respiro, semplicemente.

Per rinfrancare la sua ospite da questa sindrome di Stendhal, provocata dal suo abilissimo coup de théâtre, Antonio prepara la degustazione. Due malvasie, in buona parte da viti a piede franco, e quello che lui definisce il ‘taglio del matto’, un blend di Pinot nero e Cabernet Sauvignon.

Malvasia Casal Pilozzo 1994: cosa posso dire senza risultare esagerata o pedante? Dopo diversi assaggi e un viaggio in Mosella, ho potuto constatare che il vino bianco par excellence che resiste impavido ai decenni è il Riesling renano. Non avrei mai immaginato di trovarmi davanti ad un vino clamoroso che sfiora i trent’anni da un autoctono laziale, tra l’altro non un protagonista dei red carpet di settore e vinificato in purezza da pochi produttori, un’autentica sfida alle ingiurie del tempo. Lieviti indigeni, fermentazione in acciaio e lunghissimo affinamento in bottiglia nella magica grotta summenzionata. Le nocciole tostate a far da sfondo, composta di frutti gialli, vapori minerali, struttura, lunghezza, eleganza racé, morbidezza non molle, una Messalina travestita da uva che vuole sedurre senza lasciarti scampo. Ammaliante.

Malvasia Colle Gaio 1997: questa declinazione del vitigno ha sostato sulle bucce per circa 72 ore, seguita da una lenta fermentazione sulle fecce fini e poi maturata in acciaio, infine in bottiglia nella grotta di tufo. Ancora più struttura, idrocarburi che accompagnano una presenza di frutto ancora nettamente percepibile, ancora eleganza e persistenza lunghissima. Dico, ma perché me li ero persi questi vini? Antonio non va più alle manifestazioni canoniche da tempo, forse questa è una plausibile giustificazione, ma non ne sono così convinta.

San Cristiano 1993: il ‘taglio del matto’, come lo definisce il suo creatore, è qualcosa di spiazzante. Non avevo mai assaggiato un Pinot Nero che non fosse in purezza. In questo vino, assemblato col Cabernet Sauvignon, l’insieme che ne deriva è un trionfo del sottobosco: tartufi, terra umida d’autunno, funghi, frutti neri macerati dal tempo, canfora. Il sorso è ancora vitale, il tannino lieve come l’andatura di una signora consapevole che non ha fretta, corpo importante e finale di bocca lunghissimo e appagante. Un rosso anomalo, straniante, che coniuga due vitigni profondamente diversi in un matrimonio che non è una mésalliance ma un incontro riuscito tra due personalità marcate. Un vino che mi divertirei a far assaggiare alla cieca in una cena ideale con compagnia altrettanto ideale.

Ambientarsi a Roma, accennavo in apertura, è facile. Detto senza alcuna pretesa di originalità, il vino ti offre un’ulteriore sponda: è un alleato, un compagno di avventure, un medium potentissimo di scambio, amicizia, conoscenza. E, chi l’avrebbe mai detto, influisce anche sul guardaroba; può suscitare infatti, anche nelle dame intolleranti verso alcune fantasie, un’imprevedibile voglia di indossare un vaporoso chemisier a pois…

 

 

 

 

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Circa l'autore

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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