Daniel Buren, il divertimento immediato

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L’ho scoperto vicino, al Castello di Ama, l’ho ritrovato anche al Mercato Centrale di Firenze. Un artista che mi piace perché mi ispira il sorriso e il divertimento.

Testo di Elisa Martelli

Daniel Buren nasce 82 anni fa a Boulogne Billancourt, città a sud-ovest di Parigi. Studia nella capitale all’École Nationale Supérieure des Métiers d’art e all’École des Beaux-arts e dagli anni ’60 decide di adottare come mezzo espressivo delle strisce di colore -rigorosamente di 8,7 cm- alternate al bianco ad intervalli regolari. Lavora con vari strumenti su supporti diversi, ma specialmente dagli anni ’80 le sue opere si fanno monumentali con installazioni permanenti, e non, che vanno ad interagire con stazioni, palazzi storici,  paesaggi naturali ed urbani, riuscendo a reinterpretare i luoghi che le accolgono.

Daniel Buren Grand PalaisPer l’edizione 2012 di Documenta, Buren è chiamato a confrontarsi con il Grand Palais di Parigi che subito lo colpisce per la luce e l’ampiezza della struttura in ferro e vetro che dona l’impressione di essere all’esterno pur restando in un interno. I visitatori vengono fatti entrare da una porta a nord in cui è stato creato un corridoio in penombra che si apre su un distesa di cerchi colorati, creata da dischi di pellicola di plastica leggera e flessibile, sostenuti da pali metallici. I 377 cerchi sono solo di quattro colori: blu, giallo, rosso-arancio e verde, disposti seguendo l’ordine alfabetico dei loro nomi ( blue, jeaune, rouge orangé, vert) in modo tale che ciascuno sia pressoché ripetuto nella stessa proporzione. Si viene a creare come un tappeto variopinto a quasi 3 metri di altezza, una foresta luminosa che non copre l’architettura del Palais, ma la modifica grazie alla trasparenza del materiale e alla sua disposizione alternata. A completamento dell’opera, si arriva sotto la cupola di vetro blu dell’edificio stesso, a sua volta enorme cerchio colorato che proietta la sua luce sugli specchi posti a terra sui quali i visitatori sono invitati a camminare. La fruizione di questa opera, intitolata EXCENTRIQUE(S) work in situ, varierà in base alla condizioni meteo, alle diverse ore del giorno, al numero dei visitatori, alla loro modalità di interagire con l’installazione stessa…

Daniel Buren

 

 

 

 

 

 

 

 

Con l’aggiunta nel titolo dell’opera di” in situ”, l’artista vuole sottolineare l’interrelazione fra intervento artistico e luogo espositivo, come aveva già fatto in piccolo al Castello di Ama nel 2001. “C’è un modo di toccare nel luogo, non le cose che non si vedono ma di rafforzare qualcosa che si vede già […]. Dunque c’è un paradosso, si costruisce un ostacolo e quest’ostacolo fondamentalmente, dà di più”, così Buren parla di questa sua opera che più che descritta andrebbe esperita, essendo questa permanente (o quasi, cosa c’è di veramente permanente oggi?). Specchi, acciaio, marmo, pietra e cemento creano una quinta che nasconde il paesaggio chiantigiano, svelandolo, non solo, i molteplici giochi visivi lo esaltano. Sulle vigne: punti di vista, work in situ, ci mostra un paesaggio chiantigiano a noi familiare e allo stesso tempo ci proietta all’interno dell’opera grazie alle sue superfici specchianti. Ecco che l’opera prende vita proprio grazie allo spazio in cui s’inscrive e con esso, mentre noi ci beiamo di questa fortunata relazione fra opera e luogo, trovandola ogni volta diversa. Per citare Eraclito “Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo”.

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Circa l'autore

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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