Catalogna a Roma: viaggio tra vitigni autoctoni, gastronomia e paesaggio

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Nel verde dell’Orto Botanico di Roma, un evento in grande stile per far conoscere l’identità e la cultura enogastronomica catalana

Dici Catalogna e subito pensi a Barcellona, tra Gaudì, movida ed efficienza mediterranea, che in questa città non è un ossimoro, ma una scommessa vinta e affascinante; oppure, se hai frequentato i corsi per sommelier, pensi alla regione del Penedès, da cui partono milioni di bottiglie di Cava alla conquista delle gdo del globo; e se dalla frequenza dei suddetti corsi non è trascorso un secolo, ti ricordi anche del Priorat e dei suoi rossi pregiati, ti sovviene che è una delle due Denominaciones de Origen Calificada iberiche, affiancata dalla Rioja (zona vinicola quest’ultima che insieme al Duero, Jerez e Galizia, ho sicuramente più frequentato in termini di assaggi).


Amo e sono legata a questa città e a questa regione, ci sono stata molte volte e per un breve periodo ci ho anche vissuto, il problema è che all’epoca dei fatti ero ancora astemia (le assurdità…) e la sola bevanda locale per me era il gazpacho.
Non avendo quindi puntelli mnemonici da esperienza diretta, ho preso il mio scarno bagaglio a mano di eno-conoscenze catalane e mi sono accomodata con una curiosità da faina al tavolo allestito all’Orto Botanico di Roma, per l’evento Catalunya, on el menjar es cultura.
La lingua catalana è assai diversa dal castigliano, si sa, ma a mio avviso – forse perché abituata all’idioma friulano – ancora più comprensibile per noi italiani; in ogni caso, anche se il titolo si intuisce parecchio bene, tradotto suona così: Catalogna, dove il cibo è cultura. E suona bene, perché è profondamente, deliziosamente vero. E nella nozione di cibo si inserisce naturalmente anche il vino.


Una première assoluta per la promozione della cultura e dell’enogastronomia catalana a Roma, riservata a cariche istituzionali, operatori del settore, stampa e Horeca. Organizzata e promossa dalla Delegazione del Governo della Catalogna in Italia, in collaborazione con l‘Institut Ramon Llull, l’organismo che promuove la cultura catalana a livello internazionale e Prodeca, azienda pubblica del Governo della Catalogna che si occupa della promozione del settore agroalimentare catalano, che ha peculiarità proprie e diverse da quelle più genericamente spagnole.
Peculiarità ancora non così conosciute in Italia e che invece, posso testimoniarlo senza tema di smentita, meritano tutte le attenzioni possibili. Proprio in questa prospettiva di comunicazione si delinea la degustazione allestita tra gli alberi secolari dell’Orto Botanico della Capitale), dove sono stati presentati sei vini da vitigni autoctoni in purezza, tre bianchi e tre rossi, accompagnati da tanti prodotti tipici salati e dolci. Vincente l’idea di utilizzare posate, poltrone e tavolini in materiale eco-compatibile e compostabile, in perfetta armonia con l’ambiente ospitante, brava Saula Giusto!


Una regione ampia e varia, suddivisa in 41 comarche, come racconta Luca Bellizzi, delegato in Italia della Generalitat de Catalunya. Coste, pianure e montagne che ospitano 12 DOP, 49 ristoranti stellati ed un connubio riuscitissimo di tradizione e innovazione che è il tratto caratteristico di questa terra affascinante. Giusto una menzione su tutte: il padre della cucina molecolare è il catalano Ferran Adrià e il mitologico ristorante El Bulli è stato il suo tempio.
La degustazione dei vini è stata condotta da Marco Cum, titolare di Riserva Grande Academy e della delegazione romana della Scuola Europea Sommelier, che ha curato il servizio, mentre l’ampia panoramica sul contesto storico-geografico e sulle tradizioni gastronomiche locali è stata affidata a Giovanna Peracchia, chef, docente e consulente italiana da molto tempo residente a Barcellona e testimone della grande crescita qualitativa che ha contraddistinto il settore dell’enogastronomia negli ultimi anni.


Lo dico subito, mi sono piaciuti tutti e sei, ma il primo vino è stato un colpo di fulmine. Eccolo:
BERNAT 2020 Blanc de Picapolls di Oller del Mas (Picapolls) – DO Pla de Bages
Dal Pla de Bages, zona interna nel cuore della Catalogna, una delle più piccole DOP spagnole; clima mediterraneo dalle marcate influenze continentali, vista la distanza dalla costa, con estati più calde e inverni più freddi delle altre zone catalane, minore umidità e forti escursioni termiche.
Vitigno Picapolls, vino bio e vegano. Fermentato in barrique e affinato in acciaio.
Un giallo paglierino con evidenti riflessi verdi, profumi intensi ed eleganti di salvia, bergamotto, frutto della passione e un accenno di idrocarburo. La marcata sapidità è il perfetto contraltare dell’ampiezza del sorso, che però non difetta di acidità e che regala una gran bella persistenza. Quando la personalità spiccata non è sinonimo di beva impegnativa o ardua. Giovanna suggerisce di abbinarlo ad un Arroz Caldoso, ossia una versione della paella con aggiunta di brodo. Ma anche da solo a me è piaciuto un bel po’.

EL FANIO 2020 di Albet i Noya (Xarel·lo) – DO Penedès
Dal Penedès, un Xarello in purezza (che insieme al Macabeu e alla Parellada fa parte della triade del Cava), di nuovo un vino certificato bio e vegano.
Giallo paglia ancora più chiaro e con riflessi verdi più evidenti. La nota di vaniglia dell’affinamento in legno si avverte, ma in armonia con i sentori di anice e di agrumi canditi. La bocca è sapida, molto fresca, a bilanciare il volume, meno lungo il finale rispetto al precedente; un vino ben fatto, preciso ed equilibrato. Da accompagnare agli squisiti formaggi locali, come il Tupì, da latte vaccino o caprino, fermentato con aggiunta di aguardiente, dalla consistenza cremosa e dal sapore forte.

ILERCAVÒNIA 2021 di Altavins Viticultors (Garnatxa Blanca) – DO Terra Alta
Catalogna del sud, suoli ricchi di rocce calcaree, clima caldo e secco grazie al Garbì, il vento dal mare e al Cerc, dall’entroterra.
Naso di salvia, agrumi pungenti, mela verde, sorso di grande freschezza, sapidità meno percepita rispetto ai due vini precedenti, bel finale con richiami di gelsomino e menta. Da provare con il baccalà, principe della cucina locale, anche in versione strong con la samfàina, sorta di caponata dal gusto deciso.

TREPAT 2019 di Celler Carles Andreu (Trepat) – DO Conca de Barberà 
Zona conosciuta per i bianchi e i rosati, ma che sta sempre più attirando l’attenzione per i suoi rossi leggeri, fruttati e di buona acidità, come quelli prodotti con l’autoctono Trepat. Diffuse le cooperative, le cosiddette “cattedrali del vino”.
Ed infatti questo rosso espressione di tre crus, affinato sei mesi in botte grande, è il perfetto esempio di vino conviviale, beva facile ma non per questo banale, gustoso, fresco e profumato di pepe bianco e susine rosse, snello e dal tannino appena accennato (a me ha ricordato la Vespolina dell’Alto Piemonte, che mi piace molto). Una zuppa di pesce saporita è il consiglio perfetto di Giovanna.

FURVUS 2020 di Vinyes Domènech (Garnatxa Negra) – DO Montsant 
La denominazione, che racchiude al suo interno l’enclave del Priorat, prende il nome dalle montagne di Monsant; terra di rossi, ha suoli molto diversificati e le altitudini dei vigneti vanno dalla bassa collina fino ai 700 mt slm.
Garnatxa Negra dal profumo bello e intenso, che mi ricorda le umeboshi, prugne macerate giapponesi, (non voglio fare la snob, giuro), insieme a note floreali di garofano; tannini fitti, legno molto ben integrato, lungo fin di bocca. Bella compagnia per salumi stagionati. Difficile scegliere, ma se proprio devo, questo è il rosso che mi è piaciuto di più.

VD’O 1.15 Samsò Pissarra 2015 di Vinyes d’Olivardots (Carinyena) – DO Empordà 
L’areale più a nord, al confine con la Francia; diviso in due zone distinte, l’Alt Empordà e il Baix Empordà, dalla prima viene questa Carinyena, da terreni di sabbie e rocce.
Rosso che sfuma nell’arancio, aromi di frutti neri sotto spirito, la terziarizzazione è marcata; al palato è molto ampio, non difetta di una certa freschezza, la trama tannica comincia a perdere un po’ di forza, resta più apprezzabile in chiusura. Il fricandò è il suggerimento finale per una tavola che faccia viaggiare da casa.

Al netto delle preferenze soggettive, vini bio e/o vegani contraddistinti e accomunati da grande pulizia e gradevolezza, un’esperienza di degustazione che davvero ho apprezzato molto.


E per finire un lungo tavolo imbandito ad arte con le chicche gastronomiche locali, un piacere per gli occhi e una vera gioia per il palato: oltre al già citato Tupì, i formaggi Serrat, Garrotcha, Betara e Maquia, i salumi stagionati, l’olio bio extra vergine di oliva della zona dell’Empordà, da varietà Arbequina e Argudell, vincitore nel 2020 della medaglia d’oro al concorso NYOOC, le acciughe sotto sale, tre varietà del Pan de Pages Catalan IGP, le confetture del Museu de la Confitura, la frutta secca come le noci, le nocciole IGP, le mandorle ricoperte di cioccolato, il torrone di Agramunt IGP, le cialde cilindriche chiamate neules, i carquinyolis, simili ai nostri cantucci. Durante la dittatura franchista le piccole attività produttive erano state chiuse, per favorire l’industrializzazione di un Paese in affanno; adesso c’è una forte volontà di ritrovare e riproporre l’antico saper fare artigianale, specie da parte delle giovani generazioni. E la ricchezza dell’offerta è ottimamente rappresentata su questa tavola.

Non c’è da stupirsi quindi se mi è balenata l’idea di aprire un negozio dedicato ai sapori e ai vini catalani; il fatto è che, avendo scarsissime attitudini commerciali, so che fallirei dopo una settimana. Spero quindi che la stessa idea passi per la testa di qualcuno, qui a Roma, che al contrario di me sappia far quadrare i conti: la prima affezionatissima cliente, già partita col passaparola, c’è già.

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Circa l'autore

Fiorentina di nascita, mamma friulana e babbo quasi napoletano, la voce più significativa del mio curriculum sono i traslochi: ergo le radici che sento più mie sono quelle della vite. Quando non ho un calice in mano o non mi nascondo in un museo, leggo gente, mangio libri, bevo film.

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