Beatrice Segoni: trent’anni di carriera per la chef marchigiana

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Beatrice Segoni festeggia i suoi primi 30 anni di carriera al Konnubio, ristorante multi concept fiorentino presso il quale è chef executive da 4 anni.

Trent’anni in cucina non sono pochi; anzi sono una vita lunghissima visti i ritmi e le fatiche di lavorare nella ristorazione. Che raddoppiano se si pensa a Beatrice, che è anche madre, anche moglie ma soprattutto donna che intraprende questa carriera in un periodo in cui il mestiere di chef era appannaggio maschile a tutti gli effetti.

Trent’anni di onorata carriera che si possono raggiungere solo se dietro c’è un cuore grande e gonfio di amore per questa professione.

Perciò è giusto festeggiare, celebrare un duro lavoro che ha dato i meritati successi e riconoscimenti che tuttora continuano.

Ma come si festeggia in questi casi? Non saprei, perchè io non ho retto per così tanti anni dietro ai fornelli, come Beatrice, che sceglie di festeggiare al lavoro. Con i clienti che la amano, la brigata e pochi intimi addetti al settore che la stimano e le vogliono bene.

Trent’anni e molti significati

Con 30 anni di carriera sulle spalle non hai più bisogno di stupire in cucina. Il tuo lavoro è certezza, è sostanza, è solidità. Ma è soprattutto un ritorno alle origini, un omaggio alle proprie radici. E quindi è grande festa per gli occhi e per il palato tutta all’insegna di una cucina marchigiana pulita, essenziale, godereccia.  Come una polentina con lumachine di mare e finocchietto.

Trent’anni sulle spalle sono anche l’esperienza che permette di realizzare una lasagna di mare, piatto pericoloso e per niente facile, senza nemmeno sfiorare un accenno di dolcezza eccessiva che da questo piatto immancabilmente viene fuori. Eleggo la lasagna con stoccafisso all’anconetana come piatto simbolo di questa serata, perchè riassunto del significato stesso di cucina secondo me: comfort e piacere.

Trent’anni è anche celebrare un piatto del ricordo, come la rana pescatrice in potacchio, diventato piatto simbolo nel menu del Torcoletto, il suo primo ristorante a Porto Recanati.

E se mi posso permettere siffatta carriera autorizza anche a chiudere la cena con un maritozzo; già la parola spaventa, tra tozzo e marito, e manca pure di quella musicalità ruffiana di certi dessert tradizionali come il bonet o il tiramisù. Non ho mai mangiato un maritozzo al ristorante, perchè nessuno ha il coraggio di proporlo. Grazie chef per questa coraggiosa scelta in barba a ogni sorbetto esotico o al tanto di moda dolce non dolce, che in siffatta crema chantilly s’annega il pensier mio e il naufragar m’è stato dolce in quel maritozzo.

Nel mare magnum della ristorazione contemporanea conservare le origini è fondamentale. E’ ciò che ci distingue dagli altri. Perciò chef conserva sempre quell’accento marchigiano buffo e rustico, e porta il potacchio in ogni luogo tu vada, che dipinte in questa ricetta antica sono dell’umane genti le magnifiche sorti e progressive.

 

 

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Circa l'autore

Riguardo a Sabrina.Somigli Microbiologa poi sommelier, ristoratrice e food blogger. Cercatrice di erbe spontanee e appassionata di somme matematiche: quelle tra farina più acqua uguale mille pani diversi. Chiantigiana della Rufina, concentrata nelle dimensioni, in pratica un caratello di vin santo; dolce o secco a seconda dell' annata, dell'oroscopo e dell'umore.

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