Andy Warhol, geniale, eccentrico, unico.

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Sarà la fame che gli ha permesso di fare  quello che è riuscito a mettere in pratica? Fame di successo, di ribalta ma forse anche una “fame” atavica. Due opere con alimenti protagonisti. Indimenticabile.

TESTO DI ELISA MARTELLI

Andy Warhol nasce a Pittsburgh nel 1928 da una famiglia operaia slovacca immigrata in Pennsylvania, il suo vero nome è, infatti, Andrew Warhola. Da bambino soffre di spasmi nervosi e frequenta poco la scuola, continuerà poi gli studi in grafica pubblicitaria al Carnegie Institute della sua città.

warhol basquiatLavora nel mondo della pubblicità a New York, dove si trasferisce a 21 anni e collabora con celebri riviste quali Vogue e Glamour come illustratore di moda. È considerato a buon diritto il maggior esponente della pop art, corrente artistica della seconda metà del XX secolo che incarna la “popular art”, ovvero un’arte cosiddetta popolare. Altri rappresentati del movimento furono Roy Lichtenstein, George Segal, Claes Oldenburg e James Rosenquist. Warhol però s’interessa a tutto: cinema, lungometraggi, fotografia, musica, editoria, fino a fondare, negli anni ’60, The Factory, un’officina di lavoro collettivo in cui collaborerà con artisti quali Basquiat, la modella Edie Sedgwick e volti emergenti; in questo luogo di assoluta libertà creativa e sessuale si fabbricavano serigrafie alla stregua di una catena di montaggio. Vulnerabile, ansioso, molto legato alla madre (perde il padre da adolescente), Warhol sa guardare alle sue molte fobie con ironia. Nel 1968 una sua ex collaboratrice, fanatica femminista, cercherà di ucciderlo sparandogli e quasi ci riuscirà: questa esperienza lo segnerà per sempre, nel fisico e nella mente.

Warhol è inarrestabile nel riformulare pittoricamente immagini popolari, predilige etichette commerciali, fatti di cronaca nera, foto di celebrità. Ecco che ritratti di Marilyn Monroe (1967) si moltiplicano in un caleidoscopio di colori, così come quelli Mao, Muhammad Ali ed altre celebrities…

lattine Andy WarholTutto può essere arte e l’arte va consumata, come una zuppa, l’arte non è per pochi eletti. La prima serie di Campbell’s Soup Cans (oggi al MOMA) è del 1962: Warhol acquista al supermercato un barattolo per ogni tipo di zuppa e li riproduce tutti. Perché 32 barattoli? Beh, le varietà offerte dalla Campbell erano 32. Era una minestra che l’artista mangiava abitualmente – a suo dire – tutti i giorni a pranzo per 20 anni, esperienza comune a centinaia di migliaia di americani, forse non con la stessa costanza. L’immagine del barattolo viene isolata e dilatata, poi ripetuta in modo seriale, come fosse un’immagine pubblicitaria, di massa. Un oggetto di uso comune, un prodotto da supermercato viene esaltato come vera e propria icona della vita americana e finisce in gallerie d’arte e musei. “Quel che c’è di veramente grande in questo paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca-Cola, sai che anche il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, e anche tu puoi berla. Una Coca è una Coca, e nessuna somma di denaro può procurarti una Coca migliore di quella che beve il barbone all’angolo della strada. Tutte le Coche sono uguali e tutte le Coche sono buone. Liz Taylor lo sa, lo sa il Presidente, lo sa il barbone e lo sai anche tu”, scrive l’artista in una pagina della sua Filosofia. La prima serie delle lattine della Campbell fu in parte dipinta a mano – si notano, infatti, piccole varianti nel colore – cercando di farle sembrare riprodotte meccanicamente. I primi dipinti serigrafati cederanno poi il passo alla fotoserigrafia pura, attraverso cui l’artista otteneva direttamente le matrici da destinare alla stampa: ogni traccia di artigianalità scompare, le opere possono essere riprodotte in modo illimitato su diversi supporti, con infinite variazioni sul soggetto base. La ripetizione seriale annulla il concetto di unicità dell’opera d’arte, in favore di un procedimento artistico meccanico, che spesso è un lavoro di squadra.

velvet Underground

 

 

 

 

 

 

The Velvet Underground & Nico, produced by Andy Warhol del 1966 è il primo album dei Velvet Underground – gruppo musicale rock statunitense che ebbe Lou Reed come voce, chitarra ed anima – in collaborazione con la cantante tedesca Nico. Il disco è considerato uno degli album più importanti della storia della musica rock e venne prodotto da Tom Wilson e da Andy Warhol, che ne disegnò la celebre copertina con la banana, inserita dalla rivista Rolling Stone al decimo posto nella lista delle 100 migliori copertine della storia. La copertina originale era leggermente diversa da quella che conosciamo: la buccia della banana era adesiva e si poteva staccare, rivelando al di sotto un’allusiva banana rosa, il tutto era accompagnato dall’esortazionePeel slowly and see”, in corrispondenza del peduncolo del frutto, scritta poi rimasta anche nella seconda versione della copertina. La produzione fu, infatti, fermata e vennero ritirati tutti i dischi nei negozi a causa dell’alto costo per la realizzazione della stampa con adesivo ed una vertenza legale per la retrocopertina. Allusioni a parte, pare che il nome della band Velvet Underground derivi dal titolo di un libro di Michael Leigh, pubblicato nel 1963, che parlava proprio della sessualità alternativa e delle perversioni sessuali di quegli anni.

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Circa l'autore

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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