Filippi

Al funerale

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Tornò dal lavoro un po’ prima del solito, come sempre non aveva preparato la valigia, mise due cose dentro, ricordandosi per fortuna l’abito scuro, la camicia e la cravatta, quindi si precipitò alla stazione, temendo di perdere l’ultimo treno disponibile: il piano B prevedeva il viaggio in auto, ma la notte non faceva per lui, erano finiti i tempi dei lunghi trasferimenti fatti in orari assurdi, si giudicava un sopravvissuto. Giunse alla stazione correndo come un forsennato, entrò al volo nel primo vagone del treno ed iniziò la solita tiritera che prevedeva lo scorrere infinito degli scompartimenti per arrivare al suo posto. Non aveva voglia di parlare, una volta arrivato alla meta, si mise le cuffiette negli orecchi e cominciò ad ascoltare musica: la selezione era quanto meno variegata, si passava da Mozart agli U2, con inserimento di Red Hot Chili Peppers, Linkin park senza farsi mancare un po’ di Barbiere di SIviglia. Rifletteva su come certi momenti della vita fossero diventati una costante: era passato il tempo dei matrimoni ed era iniziato quello dei funerali. All’inizio ne era angosciato, soprattutto quando si era trattato di persone scomparse per incidenti o motivi improvvisi, poi era dovuto andare anche a quelli di parenti anziani, morti dopo lunghe malattie o semplicemente per vecchiaia. E la sensazione era stata diversa, meno violenta: c’era lo scorrere di una vita passata nel momento in cui entrava nella camera mortuaria, dove si era abituato a quel freddo che arrivava improvviso. E guardava sempre la salma con aria assorta, pensava a quando scorreva sangue e anima all’interno del corpo, la toccava, in un richiamo ancestrale al contatto. Arrivato alla stazione, c’era suo cugino ad attenderlo, era morto il padre , che per lui era stato molto più di uno zio. Abbracciarsi e baciarsi fu naturale, magari non lo avrebbero fatto in altri momenti, ma in certe situazioni veniva fuori spontaneo. Nel tragitto verso casa, parlarono della loro vita attuale, si scambiarono confidenze, eppure non si vedevamo spesso. Arrivato in casa, trovò la tavola imbandita, con ancora le persone a tavola: lo avevano aspettato, e sua cugina versò il vino, appena seduto, per poi porgerli il vassoio con il vitello tonnato, l’insalata di patate, il pinzimonio. Morire d’estate impone anche cibi non consolatori, nessuna zuppa e nessun risotto: la tavola si animò, anche gli altri ripresero a mangiare ed il clima che si formò dava una strana energia. Pensava a come la morte generasse vita, a come si accavallassero sensazioni di vario tipo. Fumò una sigaretta con l’altra cugina, in giardino, e fecero le due a parlare. Il letto lo raggiunse più per dovere che per altro, la mattina successiva la sveglia era alle sei, il sonno fu breve anche se intenso. SI era rasato la barba, messo la camicia stirata, aspettò a farsi il nodo alla cravatta, intanto andò a prendere il caffè in cucina, dove trovò sua zia, che la sera prima era andata a riposare presto: un lungo abbraccio, senza parole, non ne servivano troppe. Il caffè fece il suo effetto, la seconda tazza fu necessaria, quindi si mise in macchina con gli altri per andare al luogo del funerale. Una volta giunto in chiesa, si mise a guardare la varia umanità presente: il contrasto tra gli addetti alle pompe funebri e il resto delle persone era tra il comico e lo stridente: pantaloncini corti ed abiti scuri, sandali e scarpe di cuoio, occhiali da sole per tutti. D’altronde, far vedere il pianto non è mai così naturale per molti. Fu una predica fatta da chi conosceva suo zio, un prete che raccontava aneddoti e tratteggiò bene la personalità di un uomo fuori dal comune. Il resto della cerimonia lo passò a pensare ai tanti episodi che lo avevano accomunato al clan dei cugini e fu una sorta di benefico distacco dal tran tran di tutti i giorni. Volle andare con loro anche al cimitero, e a lui piacque la scelta di un posto ricco di alberi e verde. Osservò gli addetti alla sepoltura, sembravano usciti da una commedia tenuta al Grand Guignol di Parigi, scelti apposta per quella parte: non si spiegava altrimenti come potessero essere così assortiti, da quello calvo e panciuto, a quello alto e magro, e con gli altri due a fare da complementari, tozzi e arcigni. La bara fu abbassata e, quando il prete gettò la terra che si infranse sul legno, si voltò ed iniziò a camminare : aveva bisogno di respirare a fondo.

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Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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