Filippi

Al funerale per ritrovarsi

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Ora, non è che fosse la sua attività giornaliera quella di andare ad un funerale, quindi pur essendo perennemente critica con se stessa, si giustificava nel non sapere cosa mettere di vestito. La cosa se da un lato la faceva sorridere, dall’altro la faceva arrabbiare, perché questa frase era quella che si ripetevano con le amiche ogni sera che una di loro, aveva ricevuto il primo invito a cena dallo spasimante di turno. E certo che quelle serate le mancavano, con le risate il mattino dopo a raccontarsi come era andata: altri tempi. Aprì l’armadio mentre stava viaggiando in casa ancora in tuta, dette uno sguardo sconsolato, poi si ricordò di uno scatolone dove aveva buttato a suo tempo un po’ di capi, forse per buttarli, o forse per fare posto. Lo aprì e improvviso, alla vista di un vestito, partirono dei ricordi: una sensazione strana la pervase: non era tristezza, e nemmeno “spleen” solo una lieve malinconia di un passato che aveva abbandonato, serenamente a dire il vero. Le venne in mente l’ultima volta che aveva indossato quel tubino, corto, che aveva messo con calze coprenti e stivaletti: una cena nel roof garden di un albergo, con musica, champagne a profusione, divertimento leggero, poi la sera si erano incamminati per tornare a casa felici e sereni. Non si sarebbero immaginati, forse, che sarebbe stata l’ultima volta, per loro: e si che si erano anche rifugiati in uno Speak Easy, a fare le quattro del mattino, e guadagnare così il primo caffè del bar sotto casa. Insomma una bella serata che però, senza volere riassumeva in se’ la tragicità di un momento, nel quale abbandonò la bella vita che l’aveva accompagnata a lungo, per darsi altre priorità e cercare se” stessa. Smise di pensare e si diresse in cucina, tanto sapeva che si sarebbe messa i soliti pantaloni e il solito golf, magari con il piumino, che sapeva bene quanto a lui non piacesse. Sì, perché pensava a lui, di nuovo? Forse perché pensava di incontrarlo al funerale, era la mamma di un amico comune, : erano riti che facevano parte di quei momenti della vita, dolorosi ma non bestiali, come succede nelle scomparse improvvise e uno ci andava anche per ritrovare persone. Mise il caffè, tirò fuori i biscotti dalla dispensa, commentando al suo solito che non erano più buoni come quelli di una volta, accorgendosi così di stare assumendo un classico comportamento da zitella, come l’apostrofava sempre la Margherita: sapevano entrambe che non fosse così, ma si divertivano a dirselo. Si truccò, abitudine persa come gesto quotidiano: partì inforcando gli occhiali da sole e mettendosi un cappello in testa che cercava di contenere capelli perennemente ribelli. Arrivata alla chiesa, sperava di incrociare lo sguardo di qualche viso conosciuto, solo che non riconosceva nessuno: come erano invecchiati tutti! Fece fatica a riconoscere anche Marco, quello a cui era morta la mamma, ormai con pochi capelli e grassoccio. Delle amiche ce n’erano poche, e si consolò a guardarle, con un sottile senso di soddisfazione. Stava per entrare in chiesa togliendosi sciarpa, cappello e guanti in un colpo solo ed ovviamente le cadde la borsa. Non fece in tempo a chinarsi che se la vide ad altezza di braccio: era lui, che l’osservava, con il suo solito sorriso bello e luminoso. Si guardarono,  in quel momento iniziò a suonare l’organo: fecero scorrere tutte le persone e rimasero sul fondo della chiesa: e continuarono a guardarsi, felici di ritrovarsi bene. Fu lui a rompere il ghiaccio: “Questa è l’ora della tua seconda colazione. Direi uno scendiletto come dolce e un caffè macchiato potrebbero andare”. “Tu il solito cappuccino? Stavolta ci mangi un bombolone, sappilo”. E lo prese sottobraccio per andare al bar: la signora nella bara avrebbe capito

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Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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