Ai Weiwei, libero

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Ai Weiwei nasce a Pechino nel 1957 da due intellettuali, il padre era un noto poeta, candidato più volte al Nobel, accusato di anticomunismo e mandato al confino con la famiglia in un campo di “rieducazione” quando il figlio aveva appena un anno.

Solo con la morte di Mao (1976) potrà fare ritorno a Pechino, dove Ai Weiwei s’iscrive ad una scuola di cinema che ben presto lascia, fonda un collettivo di artisti e poi si trasferisce negli Stati Uniti, dove arriva a 24 anni e con solo 30 dollari a disposizione. Studierà inglese ed arte, affascinato dal Duchamp e Warhol, vivrà a New York mantenendosi grazie a svariati lavori e all’abilità nel gioco d’azzardo nei casinò di Atlantic City. Nel 1993 torna in Cina a causa della malattia del padre, divenendo un punto di riferimento per molti giovani artisti; il fatto di combinare l’arte con l’impegno politico e sociale – anche grazie ad un blog molto seguito, poi oscurato – lo renderà inviso al governo che, considerandolo un dissidente, farà demolire il suo studio di Shanghai che (pare) fosse stato costruito senza i permessi necessari. Picchiato ed incarcerato per tre mesi, la sua casa viene controllata da telecamere di sorveglianza: è un nemico pubblico. Ai Weiwei sarà liberato nel 2015, riavrà il suo passaporto e potrà raggiungere moglie e figlio che vivono in Germania, non a caso la sua mostra monografica nell’autunno del 2016 a Palazzo Strozzi a Firenze s’intitola “Libero”.

L’installazione Stacked (Impilate), presentata in un allestimento site-specific per Palazzo Strozzi, era costituita da 950 biciclette Forever, unica marca reperibile quando l’artista era giovane. Ai Weiwei già dall’inizio del XXI secolo s’interroga sull’inarrestabile progresso della Repubblica Cinese grazie a queste installazioni riproposte in varie misure: il fatto di presentare le bici con il solo telaio e le ruote le rende inutilizzabili, non c’è più movimento, ma stasi. Ci troviamo difronte centinaia di bici accatastate – mezzo di trasporto tipico della Cina – che richiamando il ready-made duchampiano della Bicycle Wheel ci presentano il problema dei trasporti su larga scala e quello dell’impatto ambientale, quest’ultimo ormai senza freni.

Prima di ricoprire la facciata rinascimentale di Palazzo Strozzi di gommoni, scandalizzando e scuotendo l’opinione pubblica, Ai Weiwei fodera le colonne della Konzerthaus di Berlino con oltre 2.000 giubbotti di salvataggio (2016) abbandonati dai migranti nell’isola di Lesbo. Qui dove si teneva “Cinema for peace” – un evento collaterale alla Berlinale dedicato alle opere cinematografiche impegnate nel sociale – Ai Weiwei colloca anche un grande manifesto su di un gommone nero sospeso per aria con l’hashtag #safepassage. Se l’artista ha sempre mostrato la sua solidarietà nei confronti del dramma dei migranti a largo delle coste europee, qui va oltre, denunciando la scarsa qualità dei giubbotti di salvataggio messi a disposizione dagli scafisti. L’arancione dei giubbotti che non salvano vite vuole essere un campanello d’allarme da parte di un artista che ha ricevuto da Amnesty International l’Ambassador Of Coscience Award per il suo impegno per i diritti umani.

Architetto, performer, collezionista, blogger, attivista, Ai Weiwei è considerato un’icona della lotta per la libertà d’espressione contro ogni censura, che si tratti dei semi di girasole sparsi alla Tate Modern, dai ritratti dei perseguitati politici realizzati coi mattoncini LEGO, di porcellane cinesi infrante o recuperate, delle performance video, tutto in lui è politico nel senso più letterale del termine: riguarda l’esercizio dei pubblici poteri, l’amministrazione dello stato e della vita pubblica. “My activism is a part of me. If my art has anything to do with me, then my activism is part of my art”.

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Circa l'autore

Guida turistica specializzata su Firenze e provincia e sommelier F.I.S.A.R., mi occupo di arte, musei e tour eno-gastronomici. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna, ho avuto esperienze nel giornalismo e nella comunicazione per quotidiani, riviste e case editrici a Milano. Ho lavorato nel settore turistico a Londra e Malta, per poi tornare nella mia regione, la Toscana dove continuo a coniugare arte, scrittura e la passione per il vino.

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