Aglio, passione e patimenti

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Sarà vero che togliendo la parte verde interna diventa più digeribile? Sarà  meno potente il gusto se lo sbollentiamo in acqua?  Viene da chiedersi se mangiare l’aglio sia “Più il patire che il godere” come recita un vecchio detto.

aglio

 

 

 

 

 

C’è chi ha preso decisioni drastiche e lo ha tolto completamente dalla propria cucina, e nemmeno utilizza la cipolla. Ma dobbiamo arrivare a questo? Le relazioni sociali risultano inibite dopo cene caratterizzate dall’utilizzo massiccio del bulbo, a meno che non sia una decisione comunitaria che annulli gli effetti.Il caso della “Bagna Caoda” piatto da consumare obbligatoriamente in compagnia ne è la riprova. Come cucinarlo innanzitutto:  tritato finemente e cotto senza farlo diventare giallo e meno che mai marrone? E in questo caso, utilizzando un liquido come acqua o vino bianco o una temperatura bassa dell’olio o altro grasso prescelto? Oppure, al contrario rosolarlo fino a farlo diventare croccante e secco, ma allora a spicchio intero? Ridotto a forma di crema, da aggiungere ai fondi di cottura come il famigerato purè d’aglio in tubetto (aagh, scherzavo!)?O spremuto onde ottenere un succo da aggiungere ad un liquido come il pomodoro, modello “gazpacho“? In estate diventa protagonista di bruschette, entra temerario in qualche insalata come quella di trippa ma..che fare insomma? Condannarlo all’oblio o farsi travolgere da un’insana passione?

C’è poi da considerare la varietà dell’aglio nero, dal deciso sapore di liquirizia, o i prodotti di nicchia come quello di Voghiera, quello di Sulmona, o altre rarità alimentari. Sono meglio degli altri? E pensarlo in salse violente come l’aioli? Insomma che futuro? Nel dolce no, vi prego!

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Circa l'autore

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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