7 annate di Argirio, il cabernet franc di Podernuovo a Palazzone

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Podernuovo a Palazzone è il sogno di paolo e Giovanni Bulgari. Siamo nel sud della Toscana a cavallo tra Umbria e Lazio, una campagna morbida segnata dalla presenza del Monte Cetona, vecchio vulcano spento che dall’alto dei suoi 1100 metri svetta tra Val D’Orcia e Val di Chiana. Podernuovo a Palazzone si trova sul versante sud del monte, esposizione sud-est. Nei luoghi dove ha trascorso la sua infanzia, Giovanni Bulgari ha trovato la sua “casa”. La tenuta conta 26 ettari vitati, nuovi impianti realizzati a partire dai primi anni 2000.

Giovanni Bulgari nella barriccaia

Il progetto della cantina super tecnologica, terminata nel 2012, vede l’utilizzo dei materiali tradizionalmente impiegati nella vinificazione: legno, acciaio e cemento, in una struttura completamente interrata, sul cui tetto cresce un’oliveta. Dalla terrazza tra gli olivi-giardino si gode di una vista a 360° che va da Città della Pieve a Radicofani.

La cantina di Podernuovo a Palazzone, con l’oliveta sul tetto e la terrazza panoramica

La sala di degustazione e lo spazio all’aperto

Luogo fuori dai grandi flussi turistici e dalle denominazioni toscane blasonate si rivela di fatto un territorio vergine per il vino, particolarmente vocato per esposizione e altitudini collinari. La libertà di scrivere un vigneto non per forza dominato dal sangiovese, va di pari passo con lo studio e l’osservazione del territorio, delle tradizioni locali e dell’andamento meteo degli anni. Da questo nascono 3 vini rossi:  Therra, blend di cabernet sauvignon, merlot, sangiovese e montepulciano; Argirio: cabernet franc e Sotirio da solo sangiovese, e anche un bianco decisamente goloso Nicoleo da uve grechetto e chardonnay, che provengono da vigneti nella zona di Corbara.

Il cabernet franc inizialmente doveva essere destinato al blend, ma a Podernuovo a Palazzone si sono ben presto resi conto che valeva la pena vinificarlo da solo, come dargli torto alla luce degli assaggi di oggi. Sulla piacevolezza di questo cabernet già mi ero appuntata, nella mia prima visita in azienda qualche mese fa, alla ricerca di qualche gioiellino ancora poco conosciuto da inserire in carta al ristorante. E trovare un gioiello in casa Bulgari non è solo un gioco di parole!

Argirio è un nome di fantasia che richiama le argille blu del terreno su cui cresce il cabernet, che in estate diventano argentate. L’etichetta, disegnata direttamente dalla madre di Giovanni, raffigura il  vigneto con linee stilizzate che sono appunto blu, a sottolineare la matrice del terreno.

E veniamo alla verticale che parte dalla prima annata di uscita di Argirio, la 2009 fino all’anteprima della 2017, ancora non in commercio.

2009: annata fresca e decisamente oscillante come andamento meteorologico, con una nevicata a marzo, un maggio caldissimo e poi un calo brusco delle temperature in giugno con piogge abbondanti. Estate regolare e settembre caldo che ha agevolato la fine della maturazione del cabernet, raccolto a metà ottobre. Questa è la prima vendemmia del franc, messo a dimora nel 2007. E’ un sorso risolto dal punto di vista tannico, con sentori di legno ancora ben evidenti che hanno grazia ed eleganza. Al naso sottobosco, foglie bagnate, un frutto scuro ancora intatto e dolcezze speziate intriganti. Buon esordio direi! Equilibrio

2011: annata che ha riportato anomalie in luglio, nella seconda metà del mese si è registrato un brusco abbassamento delle temperature e per svariati giorni il cielo è stato coperto da nubi. Poi a fine agosto un repentino innalzamento delle temperature con punte fino a 38-39 gradi ha causato non pochi stress alle viti.  Rispetto alla 2009 il frutto si fa ancora più evidente e il varietale si fa più riconoscibile e una sottile vena di grafite accompagna il naso e il sorso nel finale. Cenni balsamici e verdi comuni al cabernet franc e a mio avviso sempre piacevoli da ritrovare. L’ ingresso in bocca è vellutato, ma poi diventa scattante e rivela un tannino graffiante, appena ruvido, che ne allunga il finale. Gotico con slancio

2013: annata piuttosto classica nel suo svolgimento meteorologico, che ha permesso una bella maturazione fenolica della uve. Al naso è intenso, favorito da una discreta spinta alcolica, ha frutto nero, menta e varietale deciso, il più evidente di tutta la batteria. Cresce la densità in bocca, tannino che aderisce alla lingua e finale deciso di pepe nero e peperone verde che in genere a me non disturba affatto. Varietale

2014: l’anno delle “grandi piogge”, ormai è noto, e di un estate che non voleva arrivare. Al sorso si osserva un alleggerimento importante del peso del vino, che si fa snello e fresco, si comprime la larghezza e si affievolisce l’aspetto aromatico sia in bocca che olfattivo diretto. Si gioca su qualche aspetto floreale più che sul frutto, alloro e friggitello. L’effetto dell’annata è didattico in questo sorso, che però a me piace per questa leggiadria che spesso cerco nel bicchiere e che perdona una persistenza poco spiccata. Leggerezza d’annata

2015: annata più o meno regolare che in Toscana sta rivelando tutta la sua grandezza negli anni. In questo calice troviamo però il vino in una fase di chiusura, una sorta di periodo “blu” per usare paragoni con le fasi di certi artisti moderni. Al naso ci sono erbe officinali in macerazione, cenni di tabacco, tuberose e qualche sbuffo canforato. Il sorso è fresco, tannino marcato e sul finale tornano le erbe officinali che chiudono con leggero amaricante. Da seguire e riassaggiare nel suo risveglio, forse invernale. Contratto

2016: la grande annata viene sempre fuori. Ferroso e sanguigno in attacco, rivela piano il varietale sottile e balsamico, che poi si fa evidente con un respiro di ricola quasi montano. Ottimo ingresso in bocca, scorre e si allarga, tannino dal passo scattante e finale minerale scuro. Ha ancora una certa irruenza tannica ma di grana finissima. Chiude su cenni di ebanisteria e legno di sandalo. Buonissimo

2017: il caldo torrido e la siccità non hanno risparmiato questa zona, ma sorprendentemente il frutto è pieno ma non stramaturo, cenni di acqua di mare e corteccia di albero. La nota verde tiene  legandosi al varietale non esuberante seppur presente, Ma la sorpresa è al sorso: succoso, appena sapido e con un tanino nient’affatto rugoso come ti aspetti di default dalla 2017. Vino che forse non potrà vantare grandi longevità, ma che al momento è davvero godibile. Bere subito!

Credit: Podernovo a Palazzone

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Circa l'autore

Riguardo a Sabrina.Somigli Microbiologa poi sommelier, ristoratrice e food blogger. Cercatrice di erbe spontanee e appassionata di somme matematiche: quelle tra farina più acqua uguale mille pani diversi. Chiantigiana della Rufina, concentrata nelle dimensioni, in pratica un caratello di vin santo; dolce o secco a seconda dell' annata, dell'oroscopo e dell'umore.

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