Filippi

Amore a colazione

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Stare a letto per dormire le piaceva, per poltrire la rilassava, per fare l’amore la divertiva, ma rimanerci da malata proprio non lo sopportava. Sarà che la sua vita era quella di una “donna in piedi anche seduta” come l’aveva definita un suo collega in ufficio, che le fece capire così come la vita di scrivania non facesse per lei, però ogni gesto doveva avere una funzione precisa: la malattia non era contemplata. Non che fosse particolarmente uggiosa nei confronti degli altri durante la sofferenza: sua madre, le poche volte che la faceva rimanere a casa per l’influenza da piccola, era addirittura contenta di accudirla. E comunque star male d’inverno aveva un senso: la pioggia, il freddo, il buio erano elementi che si abbinavano ai ritmi allentati e alla sofferenza. Si trovava anche nella città giusta, a Londra, e nel momento adatto: aveva smesso un lavoro e doveva iniziarne un altro, nessun senso di colpa da “abbandono del dovere”, i suoi che sarebbero venuti finalmente a trovarla e lui che le stava accanto in maniera discreta. Le piaceva capire che fosse con lei  anche nell’assenza, ma soprattutto che avesse voglia di curarsi di lei attraverso il cibo. Aveva un po’ dimenticato il piacere del gusto, lo stare calma ad assaporare i piatti e, fortunatamente, la malattia non le aveva fatto perdere l’appetito, anzi. Cominciò un gioco intrigante fatto di colazioni, pranzi e cene nelle quali lui si sbizzarriva a proporle piatti del ricordo: e quindi le colazioni prevedevano una volta le crepes con la marmellata, poi i tramezzini con il salmone affumicato, ma anche le brioches che lui aveva fatto da solo e, con la solita fortuna del principiante, erano venute squisite. Trovò in lui una vena affettuosa sul cibo quando a pranzo le proponeva le creme o le vellutate: rideva da sola nell’immaginare come potesse aver lasciato i fornelli, ma era commossa nell’assaggiare la crema di funghi o la vellutata di cavolfiore. La sera la stupiva con piatti che sembravano usciti da un ricettario della nonna. Nessuna presentazione assurda, non ne sarebbe stato capace, ma certo ritrovarsi le scaloppine alla pizzaiola, gli involtini di verza, lo stufato con patate, ma anche la sogliola alla mugnaia un giorno via l’altro la fecero ricredere sulle virtù culinarie di lui. Poi le piaceva il modo di mangiare: entrambi sul letto, apparecchiati sulla coperta, guardandosi negli occhi mentre lui stappava ogni sera una bottiglia di vino diverso. Lei sperava in cuor suo che la convalescenza potesse durare a lungo!

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About Author

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

1 commento

  1. Chi non mangia crema di funghi e involtini di verza durante una malattia? Potrebbe essere un racconto da ferie natalizie più che di malattia 😀

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