Pollo e coniglio fritto
Sui menu di ridenti trattorie di campagna, si legge spesso “Fritto dell’aia”, immagine bucolica che fa pensare ad un prato, la casa in campagna, i bambini che giocano..ed invece si parla dei polli e dei conigli che sono destinati al fiero pasto. La prima disquisizione da affrontare riguarda le carni: disossate o con l’osso? Propendo per la prima ipotesi, nel secondo caso rimangono sempre un po’ troppo umide all’interno. Poi,quale pastella? Di solito le massaie usavano passare i pezzetti prima nella farina, poi nell’uovo e dopo friggere in abbondante olio extravergine di oliva: perfetto se abbiamo una persona addetta al fritto mentre il resto della famiglia mangia a quattro palmenti. poi sono iniziate la variazioni: e se le carni le facessimo marinare, in olio, aromi e limone? Buona idea, bene però togliere le erbe aromatiche rimaste attaccate per non rovinare la cottura con sapore di bruciato. Ed il limone non è certo indispensabile, anzi..La pastella con la birra ha avuto successo a lungo, salvo poi scoprire che non fosse poi così essenziale nel far gonfiare il fritto in cottura. Modello giapponese: farina e ghiaccio, molto “arte povera” style..E se invece seguissimo l’esempio milanese? Pangrattato dopo l’uovo e frittura in burro chiarificato…oddio, l’olio ha sempre il suo perché…Nuove tendenze: passaggio della carne nella farina gialla per fare una bella crosta croccante, oppure spezie assortite a dare l’idea di sapori etnici. Relazioni pericolose: Ritz sbriciolati per la panatura, nocciole e mandrole tritate ad aumentare la croccantezza. Meglio evitare salse di accompagnamento…anche se c’è chi non disdegna una tartare…
Credits BCRmagazine
Chi ha scritto questo articolo

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.



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