Non pensare solo ai giovani per il futuro della cucina

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Sembra siano finiti i tempi della rottamazione a tutti i costi, almeno sembra, considerando il tempo attuale. Ed anche in cucina è forse il caso di ripensare al cliché comune, che vede solo giovani a farsi strada: occorre riscoprire un patrimonio che rischia di essere dimenticato e perso, che è quello delle persone che sanno fare bene il loro lavoro tra i fornelli. L’avere accentuato la visibilità mediatica dei cuochi ha portato con se’ elementi positivi, quali una maggiore diffusione dell’interesse per la gastronomia rispetto al grande pubblico, ma ha posto un problema reale su cosa rappresenti davvero la cucina oggi. “Sono solo canzonette” cantava Edoardo Bennato alla fine degli anni Settanta, prendendo in giro i cantanti che si comportavano come divi e alcuni cuochi rischiano anch’essi di rendersi ridicoli. Non è certo vero che è solo mangiare, è assolutamente certo che la cucina è cultura e bisogna aumentare lo studio delle discipline umanistiche a scuola, ma è altrettanto vero che si può predicare bene, ma se gli esempi da seguire sono i primi a non crederci? Ovvero, la polemica è stata affrontata più volte, ma prestare il proprio volto per reclamizzare prodotti industriali è un controsenso in termini di credibilità: meglio a quel punto affermare chiaramente che si è diventati personaggi televisivi, si gioca in un altro campionato e la cucina diventa solo un mezzo per ottenere visibilità, non certo un settore nel quale si ha voglia id intraprendere un percorso di crescita generale. Di fronte a questi personaggi, che rappresentano la Formula 1, quella che deve esistere, che permette innovazioni che si propagheranno a pioggia sul resto del settore, si è assistito ad uno svilimento continuo di immagine di coloro che sono sempre stati bravi a cucinare, magari senza utilizzo di tecniche avveniristiche, ma costanti nei risultati ed in grado di soddisfare i clienti. Loro sì lo hanno sempre avuto in mente, il cliente, non lo hanno considerato una nuova “scoperta”, come ha teorizzato Paolo Lopriore dal palco di Identità Golose. Che poi, nel contesto in cui ha sempre operato, ha ragione nel doverne rimarcare e ribadire il ruolo, che si era offuscato nel corso degli ultimi anni. Da cliente e semplice spettatore non protagonista, quasi una claque che invece di essere pagata doveva pagare per applaudire. Oggi bisogna recuperare il concetto primordiale di cucina pop di Davide Oldani con l’evoluzione che lui stesso è riuscito a dare, quindi piatti accessibili e sostenibili ad una vasta gamma di popolazione, aspetto che ad oggi non a tutti riesce. Si passa da grandi iniziative benefiche in campo alimentare, che interessano gli ultimi del mondo, direttamente a coloro che possono permettersi cifre importanti per vivere esperienze sensoriali uniche, tralasciando la fascia media, quella che poteva essere definita una volta la borghesia illuminata. A loro possono parlare quei cuochi ai quali non è stato dato ancora un palco per esprimersi e forse oggi il compito di un critico gastronomico è quello di fare scouting, di tornare alla ricerca di quello che esiste ma che rimane nascosto agli occhi di color impegnati fondamentalmente nel fare “Celebration”. E’ il caso di andare a incominciare

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About Author

Leonardo Romanelli (Firenze, 14 novembre 1963) è un giornalista, sommelier, gastronomo, autore e conduttore radiotelevisivo italiano.

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